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Per Iscritto


Per iscritto, per favore

/*Black on white, please*/  
«Il telefono, la sua voce, attivata dalla mail inviata ad un'altra, non è pacifico ma è atlantico ciò che ci divide, il contratto ci unisce.»
 

Last modified: Oct 11, 2006 (Created: Oct 10, 2006)
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Ho spedito una mail alla referente che gestisce il personale. Dico referente perché nessuno ha mai detto che fosse di più, perché quando serve, viene detto che le scelte arrivano dal personale della società che ci possiede al 60% e che ha insidiato il proprio Amministratore delegato e Direttore ICT nella posizione di amministratore delegato e direttore della praticamente unica business unit.
Nella mail richiedevo che venisse documentato il mio contratto con i regolamenti aziendali in vigore, in particolare quanto inerente le trasferte e gli incentivi.
La signorina referente me la immagino, letta la mail, superata con lo sguardo la parte in cui le facevo i complimenti per lo spirito collaborativo e la speranza di rivederla presto sempre così in salute, si rivolge al dirigente che segue il contratto che ha mercificato la mia esistenza in brasile, che subito mi chiama.
Si sorprende per tanta curiosità e si meraviglia che non siano sufficienti gli accordi verbali. Io mi dimostro molto sereno e accondiscendente, può benissimo rispondermi in tali termini per iscritto, lui o chi mi indicherà.

Metto in rete i miei CV opportunamente offuscati. Ma chi di voi è head hunter li riconoscerà. Accetto suggerimenti per aumentarne l'efficacia o proposte per renderlo inutile/meno utile.
FINE

Visitas e Comunicaçao


Visitas e Comunicaçao

/*Visits and Communications*/  
«Visite e tentativi di comunicazione con amici, parenti e conoscenti. Alla fine, in Brasile è è efficace solo chi si muove con i propri piedi.»
 

Last modified: Aug 4, 2006 (Created: Jul 27, 2006)
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GIUGNO

IL MARE

Qui a Belo Horizonte il mare è lontano, il mezzo più semplice per raggiungerlo è il bus che parte venerdì a mezzanotte dalla stazione rodoviaria e che arriva alle 6 in spiaggia a Rio. E' un altopiano con un clima delizioso. Siamo in pieno inverno e la temperatura senza sole e di notte non è inferiore a 12-14 gradi, una bella primavera insomma, considerato che gli alberi sono ancora tutti fioriti, la frutta non ha stagione, le gonne sono corte. Le giornate però sono corte, e qualche ragazza la mattina indossa i guanti di lana. Di sotto sopra c'è anche che qui i gorghi ruotano in senso orario: viene il capogiro a guardare il defluire dell'acqua nello scarico del lavandino il mattino...
La cucina è ottima, e le persone di ottimo carattere. Ce ne vorrebbero così a Torino... Insomma se il Brasile fosse un'isola del mediterraneo sarebbe una figata.

COMPAGNI DI VIAGGIO

Tutti molto giovani. Tranne A. che mi batte di quasi 10 anni.
Ma non credo che sia legato all'età il fatto che tutti abbiano gli ormoni in sovrapproduzione, deve essere un fatto caratteriale. Come caratteriale deve essere il fatto di essere venuti fin qua per tutto sto tempo continuativo. Devono aver premeditato il tutto quando hanno accettato di venire. C'è un simpatico via vai di professioniste qui in residence, e alla reception, basta entrare in simpatia col commesso, ed è possibile avere l'estratto conto di ciascuno degli inquilini e colleghi... il record è di un dipendente della prestigiosa società di consulenza, con 1500 euro in un mese... e c'è da aggiungere che qui sono piuttosto a buon mercato le ragazze vista la grande concorrenza.
Il grande test di quella che sarà la compagnia offerta dai compagni di viaggio, è, dopo il lavoro, il comportamento a cena. Sono i luoghi nei quali si spende più tempo assieme. Certo, se accadesse assieme, potremmo anche includere altri due luoghi importanti: fare la doccia e cagare, ma trovo che comunque sia più spontaneo il lavoro e la cena.
Prendiamo come esempio una cena Da Ambrosio's. E' una tipica churrascaria, come se ne incontrano anche nelle nostre città. L'altra più alla moda di Belo Horizonte, il Porcão (di cui posso fornirvi la visione di uno dei suoi migliori salini a casa mia), è più costosa e sinceramente con camerieri più antipatici. Peculiarità del locale è l'utilizzo di un cartellino a due facce colorate, rossa e verde, per indicare la propria propensione a consumare, e quindi invitare o meno il cameriere a tagliare la porzione di carne.
E' un locale che invita a bere. Lasciate perdere i vini che sono mediamente più cari e più cattivi che in piemonte. Insistente piuttosto con la caipirinha e la birra. Vino o non vino, nell'alcool veritas.
Uno dei colleghi per esempio, ormai ubriaco si lasciava andare a penose confidenze sulla sua vita sessuale passata, sul matrimonio mancato dopo la scoperta delle corna della mancata signora, del fatto di averla accolta dopo qualche anno quando questa venne a sua volta abbandonata con prole.
Un altro incentrala la discussione in stile pescatore sborone sulla dimensione dei propri malanni. Questo va tagliato subito fuori, è il genere di lamentela peggiore, senza possibilità di replica, se non millantando un malanno ancora peggiore.
Più che da tagliare fuori, quest'altro è invece da sopprimere. Questo concentra la sua discussione su racconti di viaggio in tono ingiustificatamente acceso. Se la prende con antichi rancori con antichi compagni di viaggio, organizzatori, istruttori. Rancori su come la sua preferita associazione velistica sia stata chiusa e soppiantata dalla concorrente in prestigio. Ma è appunto il tono infervorato, l'entrare nei dettagli inutilmente che mi irritano.

VOIP E BSD

Le applicazioni VOIP sono una grande invenzione. Sebbene imbastardite con funzionalità "chat" è una soluzione irrinunciabile per chi prova piacere nell'avere attorno a se persone famigliari a prova di qualsiasi lontananza. Ma a me non funziona. Lo scopro, e ne provo una cocente delusione subito il primo giorno. L'amico di Qui mi chiama, accetto la chiamata, sento distintamente la sua voce ma la mia cade nel vuoto. "Esco" e "rientro" dal programma, secondo la regola aurea del bug-shooter, ma non succede niente.
Il "debugging" dell'applicazione è lento è dura più giorni e per questo è più penoso. Escluse le cause fisiologiche (dell'hardware a mia disposizione), passo ad esplorare le cause psicologiche (driver della scheda audio). Diagnosi: sul pc non c'è il microfono, il microfono che mi ero portato da casa non funziona, il driver di periferica è già allineato all'ultima versione, oltretutto la più recente. Ma non basta, la sua reinstallazone mi permette di usare il microfono di fortuna che mi sono procurato, ma solo fino al primo riavvio del sistema, poi si torna al punto di partenza. Le modifiche al "registry" suggerite nei forum non hanno successo.
Ora il dramma conseguente all'accanimento terapeutico: passo a reinstallare i driver di sistema. Il sito di supporto del costruttore del mio pc, ha rilasciato numerosi aggiornamenti con data molto recente. Ho l'intenzione di applicarli tutti, in successione, riavviando ogni volta la macchina... Alla terza applicazione ottengo la famigerata BSD, l'angosciante "bluescreeen of death"...
Sempre, ripetutamente ad ogni tentativo di riavvio, anche in modalità provvisoria...
Sono in albergo, solo, seminudo sul letto, a 10.000 km di distanza dal mio centro di assistenza con la faccia dipinta di blu dai fosfori della bluescreen of death.
La BSD si presenta ad ogni riavvio, anche senza batterie inserite, anche dopo un avvio "safe", anche dopo aver richiesto al BIOS di sistema di fare test più approfonditi, di non usare alcun tipo di cache o ottimizzazione a scapito della compatibilità. Trovo anche un nuovo menù di diagnostica di sistema che non avevo mai visto, considero che deve essere colpa sua e che dove essere stata inserita nell'ultimo dei pacchetti che mi ero accinto ad installare. A scapito del boot di sistema le diagnostiche funzionano benissimo... ma non diagnosticano nulla di interessante se non cose già sospettate, come: "la scheda audio ha l'ingresso mic con qualche problema".
Ancora BSD. Ore 24 GMT-3 ultimo avvio "nell'ultima configurazione funzionante"... e il desktop torna a splendere. Telefonerò VOIP un'altra volta, grazie.

VEDO DOPPIO BUS

La mattina dopo non sembra difficile alzarsi, nonostante la birra, l'ora tarda, il blog, il voip e il bsd. La messa a fuoco dell'orologio è difficile ma l'indicazione è rassicurante. Sono le 7.15 e quindi di tempo ce n'è, ce n'è... non so perché ne sia convinto ma lo sono. Mah... Non ha importanza. Il dormiveglia... Anche se è presto il sonno non torna, mi accingo a fare la doccia dopo qualche cazzeggio, intorno alla piccola stanza per raccogliere qualche scontrino da terra.
Sarà stato il riflesso condizionato Pavloviano del rumore della docce a rinfrescarmi la testa, ma improvvisamente risavisco: il bus parte alle 7.30!!! Cioè: ora!!!
Mi getto i vestiti addosso, senza lavarmi, radermi, evacuare, senza il de-o-do-ran-teee.
Quel giorno il bus partì in perfetto orario, ma non solo, ne partirono due in perfetto orario. La procedura del doppio vettore non era ancora ben rodata, perché il controllo per semplice "conteggio" non poteva funzionare correttamente senza integrare i conteggi parziali dei due mezzi. Perdo quindi il bus, anzi due bus, ma come nessuno si era accorto della mia assenza alla partenza, nessuno se ne accorge all'arrivo, non essendoci alcun conteggio. Arrivato in stabilimento mi basta non farmi notare, andando in un ufficio discosto, e facendomi vedere in giro solo a tarda mattinata. Tutto effetto del doppio bus.
Il giorno dopo accadde la stessa cosa ad un collega. La sua assenza venne notata dal collega sbagliato, che trovandola particolarmente divertente, come in effetti è, provocò la diffusione rapida della notizia.

IL MAITRE

Il maitre d'hotel è molto gentile. Non particolarmente ossequioso, mi dice quello che sà: il "passero verde" passa anche qui davanti, ma sabato è rischioso perché potrebbe essere pieno. Partendo dalla rodoviaria, raccoglie lungo il suo tragitto molte persone. Allora lui prende dalla guida telefonica il numero del gestore della linea e lo chiama. Raccoglie così informazioni sul prezzo, gli orari di andata e ritorno e se ci sono ancora posti disponibili. Condivido queste scoperte col mio collega e ci risolviamo a partire. Chiedo al maitre di indicarmi esattamente posizione della fermata, e allora lui usce da dietro il bancone, non prima di aver preso due biglietti da visita dell'hotel per me e uno per il socio romano perché non ci perdessimo e potessimo sempre chiedere aiuto ad un taxi. Fuori dalla hall, sulla piazzola di sosta per lo scarico e il carico dei clienti ci indica la fermata, ci descrive il passero verde, e si offre di avvisarci lui quando questo passerà. Non vogliamo abusare della sua gentilezza, ringraziandolo e invitandolo a tornare ai suoi uffici. Ma ecco che portentosamente apparire l'imponente passero verde. Troppo velocemente, perché sebbene la fermata fosse a 100 metri da dove ci troviamo, è comunque irraggiungibile per tempo senza gettarsi avventatamente nel traffico della strada che improvvisamente si è intensificato. Ed ecco che il maitre inizia a chiamare a gran voce il bus e a sbracciare per farsi notare, e poi ancora a gettarsi sprezzante del pericolo tra le auto, costretto a rimanere tra una corsia e l'altra attendendo il momento buono per completare la traversata. Le auto strombazzano e inchiodano per scansarlo. Il volatile si è fermato. Il nostro Virgilio, giunto sulla sponda opposta, viene incitato dai i pedoni seduti alla fermata che si alzano tutti in piedi a braccia alzate per incitare il Dorando Pietri latino. Il bus invece, senza alcun riguardo al valore sportivo dell'evento, dà gas alzando il motore di giri e lasciando frizionare le interfecce interne del powertrain. Il pianale del mezzo imbarda caricando le sospensioni opposte alla direzione del moto mettendo in rotazione le ruote di pochi gradi. Ma solo un attimo, perché il maitre è giunto allo sportello anteriore e ottiene l'attenzione dell'autista. Noi intanto assistiamo alla scena ancora al principio del guado. Con calma, attraversiamo, e salendo sul prandellino, colmi di riconoscenza lo ringraziamo stringendogli la stessa mano con cui lui si terge il sudore dalla fronte, felice come noi.
FINE

Beleza!


Beleza!

/*Cool!*/  
«Tornare ed essere al centro dell'attenzione, pure di ragazze del Brasile che sorprendono ancora, nonostante gli anni...»
 

Last modified: Aug 9, 2006 (Created: Jun 23, 2006)
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GIUGNO

Primo rientro e interviste

Al mio rientro cerco a tutti i costi la normalità. Quella che per me è la normalità. Quella che era. Quella che vorrei fosse. Inizio la mattina con un emozionante atterraggio alle 7, in discesa lenta, quasi a volo radente sulle mie risaie, regolari, verdi e acquitrinose. Mortara, Vigevano, Novara paesi e città familiari. Disinbarco rapido per i passeggeri UE. Perdo più tempo ad aiutare una collega a recuperare il bagaglio: un delicatissimo birimbao acquistato a Rio, che doveva essere imbarcato a mano e invece finito in stiva senza aver tempo di avvantaggiarsi della plastificazione. Altro contrattempo da citare relativo ai bagagli è il gocciolamento della valigia. Ingenuamente da principio penso si tratti di condensa, invece, annusando quel liquido, concludo che si tratta della bottiglia rotta di saché, sparso completamente sul fondo della valigia. Alle 7.30 baciavo il suolo natio oltre la dogana.
Il jet-lag derivante dal volo verso est è più facile da assorbire. Non è differente da una notte quasi completamente in bianco: nessuno se ne è mai lamentato.
La mattina è dedicata a smantellare la valigia, super-compressa e super-ottimizzata in quanto troppo piccola per i regali che mi ero portato a casa: maglie varie del brasile, sigarette di mais, bigiotterie hippy, gadget da torcida mundial.
Verifica delle novità accadute su internet durante le 20 ore del viaggio. Boccata di "aria di casa mia" nel centro commerciale cittadino dove non resisto all'acquisto compulsivo di olio da regalare ai brasiliani che in cuor mio spero di non rivedere più... Pranzo a casa coi miei.

Il mio piano di recupero del fuso orario mi permette dopo pranzo una pennichella di non più di un'ora. Da French per gli ultimi film.
Sabato sera al lago per riprendere le sane abitudini con grigliata e festeggiamento di un compleanno. E qui comincia la parte più caratteristica del rientro: le domande insistenti, più che sul viaggio, su quante me ne sia scopate, oppure più confidenzialmente su come ci si debba comportare per scoparsele tutte.
Non riesco a giustificarmi con nessuno: -Sei l'unico che è andato in Brasile e che non ha scopato!
Abbandono il lago il giorno dopo, coperto di ignominia. Pranzo domenicale coi miei. Internet e gita a Bielmonte. La sera a Borgomanero da Beppe, già alla ricerca di un mestiere alternativo lontano dalle spiagge del Brasile (ancora di più da quanto lo siano da Belo Horizonte).
Martedì in ufficio il disonore viene nuovamente rievocato coi soliti toni spavaldi di chi non ne potrebbe fare a meno di scopare in Brasile.

Ma da quando il Brasile è così famoso per la disponibilità delle sue donne? Sarà una questione generazionale, ma io sono cresciuto nel mito delle bionde svedesi, o delle francesine. Del Brasile avevo solo in mente il movimento del sedere nella samba e la gamba lunga delle mulatte, o dei travestiti dei viali di Milano. E poi delle Walkirie o delle Lou-lou non si diceva semplicemente che te le saresti scopate, ma che loro, incredibilmente emancipate e intraprendenti sarebbero venute a loro cercare te.
Come raccontare che anche in Brasile, a parte che con le mignotte, si corteggia come nel resto del mondo, che alle ragazze indipendenti economicamente piace sentirsi lusingate per quello che vogliono essere... Il Brasile infondo è una potenza industriale, e la parte di popolazione che partecipa attivamente alla sua vita economica non può che assomigliare a quella dei paesi industrializzati di tutto il mondo.
Interessante è che in definitiva, solo una collega ha notato ad alta voce quanto sia singolare questo dare per scontata una cosa non vera, almeno non generalizzabile, che per affermarla richiede di fare qualche ipotesi restrittiva. Altre ragazze lo hanno ammesso in confidenza, quando esplicitamente interrogate sull'argomento. Altre ancora si comportano come maschi, consegnando tutta la questione alla natura ferina del selvaggio sudamericano, uomo che donna che sia.
A parte tutte queste amenità il mio problema non era essere tanto l'essere canzonato italicamente sulle mie virtù sessuali, quanto il riuscire a non tornare stabilmente in questo paradiso che è l'Italia.

FINE

Solo per olihar


Solo per olihar

/*Only to put an eye*/  
«In Brasile non ci sono più le señore serie di una volta, forse perché sono garrote giovani e spensierate e ricche di fantasie.»
 

Last modified: Aug 18, 2006 (Created: Jul 27, 2006)
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LUGLIO

PRIME VOLTE

Primo porno alla fine di una festa di elettrotecnici al quarto anno che frequentavo l'università a Torino. Non ricordo molto della trama...
Primo night alla fine del secondo viaggio a Belo Horizonte.
Il termine di questi interminabili soggiorni è caratterizzato sempre da un certo rilassamento: niente più palestra, niente più spesa, niente più mangiare le cose buone fatte "in casa" nella cucina del quarto del residence. Non ero interessato ad uscire, ero assorto dalla mia attività preferita di quel periodo: inviare CV e cercare ispirazioni per comporne di altri, per trovare annunci, per iscrivermi a siti di recruiting. Altra attività perseguita senza tanta assiduità è scrivere su questo sito. Altra attività collegata al rilassamento è lo svuotamento del frigo, nel quale di praticamente edibile erano rimaste solo qualche lattine di birra, attività alla quale mi concedevo con piacere.
Mi chiamano al telefono per dirmi che un collega del progetto aveva ricevuto la promozione e che si sarebbe festeggiato in un bar. Lo svuotamento del frigo era a buon punto, ero alla quarta lattina. Ma accettai giusto per l'eccezionale occasione sociale.
La serata è iniziata così, senza tanto clamore. Il bar non era un gran ché, ma era pieno di caipirinha, ce n'era a sufficienza per berne quattro a testa, assieme a piatti di carne arrostita e patatine fritte. Il locale è ben frequentato e anche all'uscita veniamo importunati dalle solite ragazze sbronze che ci hanno sentito parlare italiano, ma dopo qualche battuta è chiaro che hanno solo voglia di scherzare. Il festeggiato a questo punto è molto carico e propone il Nuovo Sagittone.
Il Nuovo Sagittone è il night più famoso di Belo Horizonte, suggeritomi con entusiasmo dal mio amico noto puttaniere che non perde occasione per elogiarne la qualità. Personalmente, raccogliendo questo entusiasmo lo suggerii pure io ai colleghi più insoddisfatti della loro capacità nell'aggancio al volo nei locali brasiliani (pur essi pieni di professioniste).
Eppure non sento di provare la stessa affinità per il locale, e siccome siamo ancora vicini al residence, mi dichiaro autonomo nel prendere il taxi, ottenendo subitamente di venire subissato di fischi e schiamazzi. Cerco la complicità di quello sposato, ma niente, trascinato anche lui sull'onda della curiosità di tutto ciò che è mito.
Il locale è in un vicolo, poco appariscente di una zona "bene" di Belo Horizonte. Pure la facciata è poco appariscente, ma il suo ingresso è estremamente movimentato dai taxi da cui scendono uomini e risalgono uomini con ragazze. Fissi all'ingresso i buttafuori in black e i commessi in divisa da usciere.
Si accede direttamente alla sala circolare, che ha i colori e le luci delle discoteche anni 70. La sala è composta da una pista da ballo al centro, con in mezzo un pilastro che regge le attrezzature sceniche ed è coperto di specchi. Tutto intorno i tavoli un poco rialzati, e ancora leggermente rialzato il corridoio di passeggio e e poi il muro sul quale appoggiarsi nel tipico atteggiamento di chi sorseggia un drink e osserva l'andamento delle cose.
Camminiamo in mezzo alla folla, più che altro costituita da donne che ti guardano sorridendo ammiccanti. Se ti fermi vengono subito a chiederti qualcosa che io regolarmente non comprendo. Ci mettiamo ad un tavolino appena lasciato libero, ed eccole, chiedere gentilmente se possono sedersi con te.
Una a testa. Anzi, dal mio lato ce n'è due, la seconda sta un po' indietro rispettando la precedenza di chi prima è arrivata.
Sono vestite in maniere sobria, come le ragazze nel bar dove eravamo stati a carburare a inizio serata, come le studentesse frequentatrici di una biblioteca universitaria, e come loro sono giovani e graziose. Sarebbe esattamente come un comune bar se nella pista da ballo ogni tanto non facessero la loro comparsa le 'artiste' che in nome dell'arte si tolgono con gesti misuratissimi ed espressivi persino il filo tra le chiappe del tanga. Compaiono anche i travestiti che ballano la samba, massicci e mascolini, ma tutti impaliettati e con le piume di struzzo sulla testa.
Si scherza un po' sul fatto che non capisco bene il portoghese, ma non è una vera conversazione. Per non incorrere in alcun tipo di contestazione poi, voglio subito chiarire con loro che stanno perdendo tempo. Colgo l'occasione quando quella meglio alloggiata mi chiede se sono sposato. Ammetto, mentendo, di esserlo. La cosa ovviamente fa solo ridere tutti quanti. Espertamente notano subito che non porto la vera al dito. Devo chiaramente sostenere che in effetti, io le la mia compagna non siamo sposati, ma ci amiamo molto. Posso così passare al falso chiarimento finale: che ci amiamo molto e non cerco donne in quel locale. La tipa cambia rapidamente registro, divenuta seria e se ne va'. Quella di back-up subentra al suo posto, noncurante degli argomenti che erano stati perfettamente efficaci con l'altra. Il mio collega, esperto frequentatore del posto che ha assistito alla scena, ipotizza che questa non sia molto intenzionata a lavorare.

SECONDE VOLTE

Questa è giovane e più carina, ha addosso un profumo molto gradevole. È brillante nella conversazione. Magari si inventa tutto, anzi probabile. Racconta che fa la parrucchiera, che la sera sta a casa o viene lì. Non sembra dire la verità quando sostiene di studiare, non ricordo in quale facoltà. Ridiamo di come le descrivo il mio lavoro e che io sostenga che è uguale al suo. Mi viene da offrirle da bere, ma non voglio darle a intendere che sia interessato a proseguire nel suo business.
Dopo una ventina di minuti torna brillantemente sull'argomento di mia moglie proponendo la versione portoghese di 'lontano dagli occhi lontano dal cuore', e di 'occhio non vede, cuore non duole'. Ne approfitta per dire che ho dei bei occhi. Sono di fronte ad una offensiva su larga scala. Garbatamente cerca di provocarmi sfiorandomi la gamba da sotto e la mano da sopra il tavolino, con la ben nota strategia dei piccoli passi che ogni marpione utilizza come strategia di 'attacco semplice'. È esattamente quello che fanno gli uomini quando 'ci provano'. Ma questa è una prostituta, anche se non ho altri indizi per sostenerlo che quello di trovarla in mezzo a centinaia di prostitute. Mi guarda affascinata come se ci conoscessimo da anni, oppure lusingando la mia mascolinità, come se fossi stato io a sedurla, anche se in realtà mi sono limitato ad accettare che si sedesse al tavolino. In un locale come questo, ad essere "l'oggetto" nella relazione è il maschio.

E comunque, la cosa fa impressione perché in fin dei conti sembrano delle donne vere... cioè non sono distinguibili dalle "brave ragazze" se non per il fatto che tendono ad essere provocanti...
Anzi no, anche le brave ragazze tendono ad essere provocanti quando gli piaci.
Insomma, qui sai che sono professioniste perché il contesto è esplicito, ma al di fuori del contesto ti trarrebbero in inganno...
Ma trarre in inganno per cosa? Perché poi ti chiedono i soldi? Fossero brave professioniste i soldi li devono contrattare prima (cosa che nella consulenza non sempre avviene).
Quindi le troie mi mettono a disagio.... sono inquietantemente simili alle femmine "normali", quando in realtà le professioniste dovrebbero essere più rassicuranti.
Ma allora le femmine "normali" dovrebbero inquietanti perché non sai mai quanto sono troie.
Ne ho parlato con un altro collega convinto che le troie consentano una transazione più semplice, perché con le donne non professioniste si ha solo l'illusione di vivere delle relazioni serie. Inoltre sostiene di aver conosciuto troie più di gran cuore che le donne normali, se uno non obietta sulla professione..., e aggiungerei io, sul fatto che sono pagate per "stimolare" in tal modo la loro etica professionale. Il mio amico si illude sulla questione del gran cuore anche sul fatto che non sempre si facciano pagare, una simile condotta in campo commerciale io la chiamo "sconto".

È il momento di tagliare la corda. Scambio uno sguardo con l'amico sposato e ci alziamo.
La tipa, a cui non ho chiesto il nome, mi segue sorridente con lo sguardo per capire se ho cambiato idea.

ALTRE VOLTE

Ma la serata movimentata non è finita qua!
Il cameriere ci presenta un conto allucinante di centinaia di talleri.
In pratica ci sono da pagare per ciascuno la caipirinha, l'ingresso (per poter uscire), e per due di noi la compagnia all'uscita, sul conto indicato come 'complementos'.
Ovviamente mi rifiuto di pagare nulla oltre la bevanda che ho consumato, e l'ingresso (per uscire). La discussione col cameriere sale di tono e si sposta dalla sala ad un piccolo locale antistante le cucine, dove fanno la loro comparsa i buttafuori, la polizia militare e qualche baldracca. Alla fine esco dopo aver pagato (per l'ingresso) poco più di 20 euro.

ULTERIORI VOLTE

All'uscita prendiamo il taxi. Noi siamo in tre così uno di noi si siede davanti accanto al conducente.
Dopo qualche via ci rendiamo conto che il tassametro è ancora spento. Chiediamo di accenderlo. Non riceviamo risposta. Insistiamo senza ottenere nulla. Gli imponiamo allora di farci scendere. Nulla. La situazione è insostenibile, noi siamo agitati e l'autista sta muto senza badare a noi. Improvvisamente il taxista ha una reazione molto aggressiva: dopo una curva condotta a bassa velocità inchioda accostando a destra. Scende. Tutti noi ne approfittiamo per scendere a nostra volta. -Figlio di puttana, tu non tocchi il mio carro! Hai capito!
Si sta rivolgendo specificatamente al collega seduto accanto a lui, che intanto stava facendo la scena di chiamare la polizia. Il taxista, di colore, brutto, fisicamente gli è sovrastante. Mi intrometto per sedare la situazione in cui i due si affrontavano a muso duro. Convinco alla fine di tutti noi di abbandonare lo scontro e di spostarci verso la parte più trafficata e illuminata della via, che nonostante fossero le tre di mattina era piuttosto animata. La mediazione riesce. Il collega maggiormente minacciato candidamente ci spiega allora il retroscena dello scatto d'ira del taxista: un po' sbruffoncello, aveva tirato il freno a mano obbligando il mezzo a fermarsi, -Ma stavo per tirargli un pugno a quello! Gli rompevo il naso! Non avrebbe più potuto respirare!
Lo prendiamo tutti noi a calci in culo e proseguiamo in mezzo a gruppetti dei primi viados che vedvo in Brasile dopo tre mesi di frequentazione.

VOLTE RESIDUE

Siamo agli sgoccioli prima della conclusione del soggiorno e non riesco a portare a casa tutte le cose acquistate.
Lascio in residence una scatola di detersivo per indumenti, un flacone di detersivo per i piatti, cipolla, delle papaie, margarina, un fondo di olio, sale, un rotolo di carta. Di voluminoso ho portato via la scatola commemorativa dei 30 anni dell'azienda per la quale mi hanno mandato qui (che cercherò di vendere a qualche mercatino per collezionisti in Italia), la picanha e la linguiça, imballate accuratamente in vari strati di cartone, plastica e giornali. Peso della valigia: 35 kg.
FINE

Lavoro a Bursa


Take me home

/*Riportatemi a casa*/  
bursa turchia «Turchia, opportunità perdute, lo yogurt ritrovato a Bursa, poche turche e molte occidentali, tutti cantano e battono le mani all'unisono.»
 

Last modified: Dec 25, 2005 (Created: Dec 4, 2005)
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Bursa (Turchia)

Bursa 4.12.05

Arriviamo in albergo alle 23. Non male per essere partito 8 da Qui. Qui-Caselle, Caselle-Francoforte, Francoforte-Istanbul, Istanbul-Bursa (con attraversamento del Marmara in traghetto).
Quando la mattina tra nebbia e gelo parto da Qui ancora non mi è chiara la disposizione geografica di ciascuna delle mie mete finali e intermedie. Sfruttando le appendici della rivista Lufthansa mi accorgo che il passaggio da Francoforte si allunga notevolmente il percorso.
Calcolo che Istanbul è all'altezza di Napoli, che supero di poco verso est la longitudine di Capo Nord, che mi troverò alla fine del viaggio in Asia. A parte Napoli, gli altri due punti costituiscono i record della gita.
Ho con me molti Euro e dei Dollari. Dalle informazioni raccolte prima di partire ho intravisto una succulenta opportunità di speculazione pagando il visto di ingresso in dollari anziché in euro, che fallisce miseramente, a seguito dell'adeguamento del cambio.
L'aeroporto è pieno di poliziotti. Un paio di sconosciuti mi scavalca noncurante nella fila. Cerco di capire quali sono le nuove regole di ingaggio della rissa da mancato rispetto della coda, e sopratutto se in Turchia l'inglese è la lingua più idonea, ma giunge subito il mio turno. Dopo aver ottenuto il bollo, supero il confronto con il poliziotto giocatore di poker che analizza i miei documenti senza trasparire emozioni, sospetto o approvazione.
Ci attende l'autista inviatoci dal cliente.
Le prime impressioni sono, a parte i poliziotti, quelli di un aeroporto immesso e poco frequentato. Bisogna tenere presente che sono le 20 di domenica. Ora che siamo sul pulmino ci troviamo a percorrere un'autostrada nel mezzo delle luci di periferia della città, per nulla dissimile da quelle delle nostre, con centri commerciali, distributori, negozi di automobili. Le automobili sono per buona parte le stesse che circolano in Italia, magari con una età media superiore. Al posto delle chiese cristiane vi sono moschee col minareto a testimonianza di una percentuale di musulmani del 99.98 per cento.
L'autista è a dir poco disinvolto, in linea con lo stile di tutti gli altri autisti che si possono permettere un poco di cavalli sotto il culo. Supera la porta del casello per i veicoli agli 80 all'ora. La strada è a tratti dissestata e fa rollare paurosamente il furgone. La porta è priva delle sbarre, e al nostro passaggio scatta il flash il cui effetto sommandosi alla tensione della perigliosa circostanza determina in noi un curioso effetto drammatico.
Ci speravo. L'aeroporto è in Europa, quindi è necessario superare il Bosforo per raggiungere la nostra meta. E' notte e quindi vediamo soltanto le luci delle sponde e del castello. Sulla collina della riva Asiatica sventola, sinistramente illuminato, un enorme vessillo color sangue della Turchia.
Il Marmare si supera con un traghetto. I passaggi dei traghetti sono molto frequenti. Anche in questo contesto molto popolare l'impressione è quella di essere in un paese occidentale. Gli scolari turchi sul traghetto giocano coi cellulari e indossano abiti alla moda giovanile. Devo chiedere il permesso per passare e parlo loro in italiano. Mi osservano stupiti come se gli avessi parlato in turco.
Un tipo sul battello coi baffoni ed ubriaco ci dice che ha lavora molto a occidente, che è ormai pieno di soldi e che non gli serve più lavorare, infine che preferisce avere a che fare con gli Italiani che coi Tedeschi... sai che novità.
Bursa nella notte ha un aspetto meno metropolitano di Istanbul, anche se il confronto tra i numeri di abitanti è inquietante: Bursa un milione, Istanbul tredici milioni. L'albergo è in una parte alta indefinita della cittadina, una parte residenziale, anche se non riesco a capire la maniera in cui è organizzato il piano regolatore. Cerco vanamente con lo sguardo la Grande Moschea indicata sui siti di promozione turistica turca. Ve n'è una piccola di fronte all'albergo, senza minareto, che si rivelerà un complesso commerciale con terme, negozi e discoteca.
Grande carenza in Turchia è dell'ergonomia: lotto per minuti con l'accensione delle luci della camera, non intuendo che ricavato in un sottile pezzo di plastica incollato alla parete vi era la fessura per introdurvi la tessera magnetica.
Il gruppo vacanze Bursa si divide in due per la cena col ristorante dell'albergo ormai chiuso. Un gruppo si ferma al bar della hall, e un'altro, il mio, si avventura nel mondo musulmano.
Fuori dell'albergo ancora poliziotti, ma sembrano più dedicati alla funzione di regolazione del traffico di un incrocio di modeste dimensioni. Su tale incrocio si concentrano invece gli esercizi in cui si cuociono kebab e altre squisitezze a base di carne arrostita, o pure cozze fritte. I pochi posti, due o tre e bassissimi, a livello di casa delle bambole, sono collocati fuori della vetrina, esposti al gas di scarico del traffico veicolare. I rosticcieri svolgono pure la funzione di butta dentro.
Percorriamo qualche metro oltre l'incrocio lungo una via piena di pasticcerie con le vetrine molto più grandi di quelle delle rosticcerie, piene di coloriti dolcetti basati su varie tecnologie culinarie.
Torniamo verso la carne. Incrociamo poche donne, ma le poche sono vestite all'occidentale. Scegliamo la rosticceria con più avventori. Lo spagnolo si propone di gestire i rapporti col fornitore che si dimostra entusiasta di avere a che fare con uno straniero. Il dialogo è buffo tra i due, dove uno cita una parola, l'altro ride dando ad intendere di aver capito. Rapidamente si mettono a parlare di calcio e calciatori. Poi a dire che il cibo è buono, il kebab quanto gli spaghetti. Ci pare di capire che il tipo è curdo, perché bacia tutti quelli che se ne vanno.
Sul tavolino delle bambole troneggia il vaso di peperoncini verdi piccanti. Non stanno male con la carne arrostita.
Ce ne andiamo, il curdo mi bacia.

Bursa 5.12.05

La colazione è fondamentalmente internazione. Alla luce del giorno, l'impressione su Bursa è uguale a quella della sera precedente. Solo che ora possiamo vedere che la periferia è costituita da botteghe di garagisti e gommisti a dismisura. Molti cantieri stradali. Raggiungiamo lo stabilimento.
Jersey di cemento, percorsi obbligati per il pulmino, l'accesso è in assetto anti imboscata, quando arriviamo i guardiani sono tutti attorno minacciosi ad un fornitore dopo aver controllato i suoi documenti, preso per un braccio viene fermamente invitato ad entrare nel gabbiotto. Noi veniamo controllati attraverso un portale simile a quello degli aeroporti, mentre i bagagli sono controllati attraverso il metal detector a tappeto rotante. Ci viene consegnato un badge e il nostro passaggio attraverso i tornelli viene insistentemente controllato. Superando il valico mi accorgo che il passaggio carraio è attraversato da un pettine di lame retrattili.
L'interno dello stabilimento è più consueto.
Guardo in faccia a tutti i partecipanti all'incontro iniziale. Sembra caratterizzata dalla normale composizione etnica di una riunione a Torino. Al posto del nostro presidente in carica, in ogni ufficio è presente il padre di tutti i turchi Ataturk.
In mensa faccio la conoscenza con lo yogurt mescolato con l'acqua, l'antipasto a base di yogurt, e il dessert a base di yogurt. In tre giorni ho mangiato tutto lo yogurt equivalente a quello che ho mangiato negli ultimi tre anni... sarà che in tre anni non ho mai mangiato yogurt. Infine ingurgito una boccata di polvere marrone bevendo in una sola volta il caffè di fine pasto.
Le riunioni sono simili alle solite. Non sono le solite le prese di corrente, e mi rendo conto che l'adattatore che mi sono portato da Qui non ha il buco centrale per la spina di terra del mio PC. Quando si dice la fortuna: guardo a terra desolato e che ti trovo? Un alimentatore debitamente collegato della stessa marca del mio PC. Anche l'alimentatore è lo stesso. Devo solo collegare lo spinotto a bassa tensione e iniziare.
Altre notizie. I taksisti nel viaggio di ritorno in albergo si avventano sui pedoni e sugli altri automobilisti, e dopo poche centinaia di metri il tassametro segnava due milioni e mezzo. La lira turca in effetti, è stata tramutata in nuova lira turca, spostando la virgola decimale di sei posizioni: bisogna abituarsi alla comparsa e scomparsa di sei zeri dagli importi...

Bursa 06.12.05

Il giorno successivo mi ha messo subito in grado di fare un bilancio sui cessi. Turche ce ne, ma in minoranza rispetto il numero complessivo, senz'altro in numero inferiore alla percentuale presente nella sede italiana della mia ditta.
Ma la cosa più importante, è che solo la tazza del mio cesso era di quelle a pozza schifosa con rigurgito, simile al ritirarsi del mare prima dell'arrivo della grande onda dello tzu nami.
Il giorno dopo in riunione compare un tipo con un pc uguale al mio ma senza alimentatore. Lo osservo mentre si aggira per la stanza alla ricerca di qualche cosa. Io me ne sto zitto zitto e continuo la mia presentazione.
Degno di nota inoltre è il ritorno in albergo: l'autista affrontò un tipico percorso da navigatore GPS, normalissimo, con solo qualche buca di troppo, le banchine non transitabili e strette tanto da non permettere l'incrocio agevole tra due automezzi. Fino all'ultimo non fummo sicuri di riuscire a giungere alla meta. Sopratutto per il sorpasso di una corriera continuamente interrotto dal sopraggiungere di altri mezzi in senso contrario.
Bocciato il ristorante dell'hotel che ha come principale specialità qualunque porcheria arricchita con il concentrato di pomodoro.
Per superare lo shock del prezzo del vino locale, o come spero del vino per turisti del locale, seguo in televisione un concerto a cui partecipano alternandosi più cantanti seguiti con entusiasmo dal pubblico, e con un tipo che offre da bere il caffè ai suonatori e al bagno di folla con una caffettiera e due sole tazzine, sempre le stesse, che offre alternandole a tutti.

Bursa 7.12.05

Ultimo giorno. Incontro di chiusura. Nelle pause mi rendo conto che si possono trovare i cessi seguendo l'odore della naftalina che utilizzano non solo per odorare gli orinatoi, ma anche i lavandini.
Perdiamo la visita al mercato di Istanbul per attendere il dirigente Italiano in Turchia. Le statistiche dell'incontro: noi, da porta a porta, entrando e uscendo, 24 minuti; lui, il direttore, da culo appoggiato sulla sua poltrona a culo sollevato, 19 minuti. Col risultato che noi siamo arrivati a Istanbul alle 22 anziché alle 18.
Finalmente negli ingorghi della tangenziale della città di oltre dieci milioni di abitanti. L'autista nella ricerca dell'hotel si perde e ci chiude dentro il furgone cercando aiuto.
L'albergo è dotato di un simpatico biglietto da portare con se con le istruzioni in turco per ricondurre l'ospite sano e salvo all'albergo.
Il centro è assolutamente occidentale. Molti giovani, molte ragazze, molti negozi per lo shopping nell'isola pedonale attraversata da un cantiere ancora in funzione a mezzanotte.
Il nostro manager ci porta a colpo sicuro in un ristorante di pesce. Un butta dentro ci passa nelle mani esperte di un cameriere butta sulla tavole, che ci rifila decine di piatti senza fornirci la lista dei prezzi.
Compaiono i suonatori. Suonano musica tradizionale, ma tutti gli avventori le conoscono e le seguono con entusiasmo. Compare la ballerina, che scuote i fianchi e delle specie di nacchere ma in metallo. Complessivamente sembra più una cubista, giocando sulla bellezza e la sfacciatezza dei modi, più che sul ballo. Si colloca alle mie spalle e mitraglia una snaccherata stereo di ottone ponendo la mia testa al centro delle sue appendici. Mi volto appena e incontro lo sguardo pacifico dei seni: in tutto quel frastuono accenno un dialogo con loro... Chiudo la discussione inserendole un dollaro nel costume. Lei, i suoi seni e il dollaro se ne vanno senza dare l'impressione di essersi offesi.
I taksisti al ritorno non rilasciano ricevute, né fiscali, né su carta igienica. Nemmeno il resto. Si suggerisce di mantenere la fermezza dovuta ai peggiori loro colleghi romani.

Istambul 8.12.05

Il traffico notturno delle 4 e mezza, ora locale, è praticamente assente. Il presidio della polizia consistente.
A differenza del viaggio di andata, i controlli sono ricorrenti, all'ingresso dell'aeroporto, al check in, lungo i corridoi, sul "naso".
Mi fisso di aver lasciato il necessaire in albergo e fantastico il contenuto della mail da inviare alla sua gestione per averlo spedito indietro.
Svendo le nuove lire turche, perdendoci molto di più rispetto alla consistente svalutazione cui è soggetta.
A Torino la mia valigia tarda a comparire. Scoprirò a casa che il necessarie è stato correttamente recuperato dall'albergo.
FINE

Convivenza Collega


Il mio collega

/*My collegue*/  
collega convivenza «Il mio collega mi diverte mentre l'osservo da lontano. Venera le cose che lo circondano, finché non si avvicina alle mie. La convivenza sul lavoro.»
 

Last modified: Nov 27, 2005 (Created: Nov 24, 2005)
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La convivenza col collega

La finestra

Il collega di porta 7 quando arriva con comodo, con comodo cerca il posto migliore. Ha gusto: meglio vicino alla finestra, che qui sono belle ampie coi doppi vetri, di quelle belle finestre che separano dal freddo e dal rumore di una piazza brulicante del traffico di uno degli snodi del traffico torinese, di quei nodi di corda vegetale, ben bagnata, di quei nodi che non si riesce più a sciogliere, bestemmiando e spezzandosi le unghie, come tutti i nodi del traffico torinese. Queta è anche la mia finestra preferita, quindi essendo arrivato primo è mia. W la convivenza!

Hub

Posso osservarlo il mio collega (?), che poi non è mio collega, dio me ne scampi, non è bellicoso, accetta di aggirare la mia posizione all'estremità di due triple file di scrivanie collocate per sembrare una enorme e lunga. Sulla scrivaniona sono sparsi i detriti degli estemporanei fruitori dei suoi unici due servizi di piattaforma antigravitazionale e hub di rete informatica e di rete elettrica. I detriti sono carte, plichi, risme di fogli fotocopiati e reciclati, cavi collegati ad una estremità agli hub. Il mio collega si aggira con passo pesante e tonante sul pavimento flottante attorno alla scrivania cercando il meglio di ogni detrito. Il suo passo sgraziato fa tremare il flottante e la scrivania. Stacca e attacca i cavi cercando la sua presa preferita. Osservando la perfezione nerd della sua camicia a quadretti stirata, i jeans stirati, scarpe stirate, la zazzera cotonata, immagino che abbia misurato di tutte l'impedenza, le tensioni dei segnali e la banda passate. Rovista sotto la scrivania cercando una presa di corrente non accontentandosi della ciabatta utilizzata da tutti.

L'armadietto

Una volta recuperati i cavi, con le chiavi di cui si è impossessato, al terzo minuto può aprire l'armadio ove tiene riposto il suo armamentario maniacale. Anche l'uso delle chiavi è rumoroso. Le tiene appese ad un collare, che tiene lento essendosi ben addestrato da anni e non temendo più alcun colpo di testa da se stesso. Oltre a diverse chiavi, e ad un telefonino tiene anche appesi tesserini e chiavette per la macchina del caffè.
Sbircio oltre le ante. Oggetti strani sono collocati in ordine sulle mensole. Gli oggetti e l'ordine vengono trasferiti sulla scrivaniona. L'armadietto richiuso. Dalla scrivania il tutto viene collocato con efficenza tayloristica nell'area servita dai suoi cavi, dislocati in un ordine differente da quello si stoccaggio, ovvero quello di assemblaggio. Al quinto minuto vengono slacciati i bottoni dei polsini e accuratamente rimboccate le maniche di due risvolti.

La workstation

Gli oggetti misteriosi sono: una sorta di leggio o porta spartito da appoggiare alla scrivania, una tastiera nera convenzionale, un mouse con pallina.
E' il momento del pc portatile, che viene estratto dalla valigetta e la valigetta riposta nell'armadiatto. Le ante richiuse a chiave. Il computer è collocato sul leggio e lo schermo aperto fino a risultare parallelo alle pareti. I cavi vengono tutti attaccati. Viene pure collegata la tastiera. Segue un minuto di messa a punto di ogni cosa: dalla posizione della tastiera e del mouse, agli angoli che lo schermo forma sui tre assi cartesiani nello spazio. Anche il percorso dei cavi viene accuratamento impostato e corretto, invfine fissato con dei pezzetti di nastro con anima metallica.
Al ritorno della pausa pranzo il mio pc era stato resettato. La ciabatta era stata ruotata e la mia spina sposata verso l'estremità più vicino a me..
FINE

Melfi Volture


Il Vulture

/*The Vulture*/  
vulture melfi «Vulture, Basilicata. Visita in ditta e sopralluogo, in una struttura alberghiera e varie di catering per operatori del trasporto su ruote a Melfi
 

Last modified: Nov 27, 2005 (Created: Nov 7, 2005)
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Melfi (Vulture)

Oggi sono stato particolarmente ansioso. Non capisco se per il viaggio aereo o per i pensieri sul mio futuro lavorativo. Rimane il fatto che il petto mi scoppiava e vampate di calore mi pervadevano il petto. In aeroporto rischio di perdere il biglietto di ritorno, lasciandolo sul bancone per l'imbarco. Napoli mi accoglie con un vero temporale, con tuoni e saette, e molta pioggia. Fosse stata a Qui sta pioggia.. o a Torino, mi sarei risparmiato di lavarla io la macchina. L'aeroporto è piccolo. La società di nolo auto ha la serranda abbassata, l'ansia per il viaggio si trasforma e mi rende pronto a convertirla in incazzatura. Chiamo subito il numero verde. mi viene spiegato allora che il negozio è altrove, da raggiungere con apposita navetta.

L'albergo e la Ristorazione

Il motto riportato su un pieghevole dell'albergo è:
"La bellezza di un luogo ti porta a sognare aiutando a ritrovare nuova ispirazione per vedere te stesso sotto una luce diversa".
Tutti i clienti sono dell'indotto Fiat, invece le riviste sono di auto tedesche...
Tutti possono riscoprirsi in una luce diversa.
Guardo il cameriere e sorrido. Normalmente viene interpretato come un atteggiamento di attesa.
-Volete della pennette col tonno?
-Cosa avete di secondo?
-Una costata? Una costata dopo le penne è l'ideale!
Rifletto sulla costata. Ma rimango in attesa.
Rassegnato il cameriere continua: -Pizzaiola, arrosto..
-Con patate?
-No, spinaci.
Prendo pennette e arrosto. Arriva una splendida piccola costata, riscaldata.
-Ma avevo chiesto l'arrosto.
-Questo è un arrosto.
Non voglio litigare.
Arrivano altri, muoio dalla voglia invece di scoprire cosa mangeranno gli altri.
L'arrosto è scomparso dalla lista. Sono comparse invece pennette al pomodoro e all'arrabbiata (ovvero sempre al pomodoro).
Il cameriere per ripagare il mio scetticismo, passando, e mi mette sotto il naso la pizzaiola che è la mia stessa costata con sopra il pomodoro.. (al tonno?).
Al momento del conto gli ho spiegato che mi aspettavo una fetta tratta da un pezzo di carne, magari legato con lo spago. Allora lui ci ha pensato un attimo su': -Ah! anche quello in certi posti lo chiamano arrosto!
Adesso anche io voglio aprire un ristorante utilizzando ogni giorno solo 2 pentole...

La zona industriale è collocata in un'ampia piana, originariamente deserta, o meglio, destinata a colture, con rari casolari colonici. Non c'è ragione per costruirvi molti ristoranti. Al termine delle interviste fatte in stabilimento nel corso di una settimana, ne censisco 3, e giorno per giorno, mi pongo l'obiettivo di metterli alla prova tutti.
Nel bar dei camionisti tutto è diverso. Gli avventori sono affamati, da soli o a coppie, non si guardano e non si parlano, mangiano di sano appetito. Le coppie frequentemente durano il tempo di un pranzo, costituite per interesse, solo per approfittare di un posto libero. Le circostanze mi fanno ricordare la cena nella pizzeria di La Spezia di fronte al porto industriale. Una cameriera scherza fragorosamente con i clienti, elargendo forti manate sulle loro spalle, e tutti ridono. Le porzioni sono robuste, come i sapori. Le mie lasagne debordano dal piatto, e il ripieno potrebbe servire per condirne un altro. Sul piazzale si è fermata una macchina con aperto il baule, mettendo in esposizione dei jeans imballati ad un prezzaccio sospetto.
L'ultimo dei ristoranti è quello più classico, con un'ampia sala per accogliere pranzi di cerimonie, con un vero cameriere che raccoglie le comande, elencando le portate e mettendosi a disposizione del cliente. L'ambiente è meno "fast" rispetto il bar dei camionisti. Gli avventori meno ruspanti. Sembrano tutti uomini in affari ad una colazione di lavoro. Bene in vista un calendario dei NOCS mantiene l'ordine e la disciplina con tipi cazzuti in calzamaglia nera ed armi d'assalto, che calano con corde, con paracadute, con imbracature sul set fotografico "securizzandolo" con rapidità ed efficienza.

Melfi

Visitiamo Melfi. "La città è famosa per il castello medievale, sede del Museo Archeologico Nazionale, in cui Federico II promulgò le "Costituzioni Melfitane", un corpo di leggi che abolivano molti dei privilegi feudali ed ecclesiastici a vantaggio di una forma di governo assolutistica. Si visita la Basilica Cattedrale eretta nell'anno 1037 con la torre campanaria costruita da Re Ruggero nel 1153 e la chiesa rupestre di Santa Margherita interamente affrescata."
Tutto questo è vero. Aggiungerei che salendo a piedi verso il castello le case sono tutte basse, di due piani, sempre più popolari a ridosso della meta. Le case offrono la vista del proprio interno e dei propri occupanti, come se la strada fosse una estensione del salotto. O forse del bagno, visto che spesso sulla porta d'ingresso sono collocate varie tipologie di stendi panni.

Navigare

I raggi dei satelliti, perforano la nebbia e istruiscono il navigatore. Il percorso più breve è tracciato incurante della scelta del fondo stradale asfaltato, malmesso, sterrato... attraverso un cancello chiuso... I fari dell'auto sono meno efficienti dei raggi dei satelliti.

Il Cliente

La missione era quella di soddisfare il cliente.
Certo non avevo a che fare direttamente col "cliente", ma coi suoi dipendenti, e paragonandoli ai gradi di parentela, direi "piuttosto lontani", tanto che i punti di vista, gli obbiettivi, le aspettative erano completamente differenti da quelli del "grande padre".
In queste condizioni, il fatto di assegnare sul programma di gestione dei progetti il numero alla WBS all'inizio o al termine della sua creazione diviene fondamentale. Su questo primo ostacolo si imbatté la mia missione. La discussione durò una mezz'ora, a quel punto la resistenza divenne fiacca, non so bene grazie a quale della decina di argomenti a favore che dovetti inventare.
Il secondo ostacolo fu imprevisto: il panico da Gruppo di WBS.
-Caro cliente, lei lo sa bene, anche lei deve gestire i suoi clienti, promettere, mantenere, ma spesso si originano degli equivoci sui dettagli della soluzione o del servizio erogato, allora la frustrazione derivante la induce ad interpretare in negativo un aspetto assolutamente marginale del vostro rapporto e dargli più importanza di quella che meriterebbe, anzi, semplicemente eseguendo una analisi di valore ci si renderebbe conto che tali lacune sono ampiamente compensate dagli aspetti core dell'accordo tra di voi...
-Insomma volevo dirle che per semplificarle la vita le insegno a raggruppare le WBS...
Alla spiegazione di come creare i gruppi WBS, la situazione precipitò. Salvatore, che fino a quel momento era stato relativamente tranquillo, esplose: -Non ci sto capendo più niente! Prima i report, le colonne, salvare questo, salvare quello, le Z, e quelle storie sui costi che dobbiamo inserire noi...
Situazione pericolosa, affrontare la discussione con chi ha ben chiaro in mente cosa faceva prima e che non vorrebbe fare null'altro che quello.
Da bravo consulente arroccai evitando lo scontro. Gli garantii di insegnargli solo quello che rimpiazzava i suoi usi e costumi correnti dispensandolo dall'apprendere qualsiasi altra cosa. Gli chiesi di portare il lavoro dell'ufficio che lo avremmo svolto insieme a titolo di training. Chiesi ai suoi colleghi di svolgere anche loro il loro lavoro per integrarsi nel nuovo "scenario operativo": psicodramma lavorativo.

Venosa

Venosa, città del poeta latino Quinto Orazio Flacco, è un'antica colonia romana costruita sulla Via Appia. Fu sede della più importante comunità Ebraica della storia di Basilicata e conserva ancora intatte le antiche catacombe. Si visita il Castello Aragonese, sede del Museo Archeologico Nazionale, la Cattedrale di S. Andrea apostolo, il Palazzo del Balì dei Cavalieri di Malta, il palazzo del Capitano delle guardie nazionali, l'abbazia della SS. Trinità, l'incompiuta e il parco archeologico di Notarchirico.

Belli i vicoli principali del centro, in pietra chiara.

Fonti

Ma la principale attrazione della serata rimane la ricerca delle fonti di Gaudianello. Quest'acqua ha monopolizzato la gita nel Vulture. E' di quelle tipo: "né lisce né gassate". A me fan schifo. Ma qui non si beve altro. Vi sfido a trovarle: nel comune di Rionero ve ne sono quattro o cinque di sorgenti...

Linee

Le macchine si montano lungo lunghe linee. Tutto è verniciato in preparazione della rivista. Ai topi piace l'essenza di fragole con cui vengono impregnate le plastiche dagli odori originali più tossici. Dalle fosse usciranno fasci di luce blu intensi e taglienti tra i vapori d'olio come nel video Thriller. E dalle fosse usciranno zombi, morti ancora viventi, cassaintegrati ancora lavoranti...

FINE

Lavoro Dimissioni


Lavoro e Dimissioni

/*1000 reasons for don't turn back*/  
dimissioni «Breviario delle giuste cause adducibili dando le dimissioni. Pieno di risentimento covato in mesi di architettamento di vendette di lavoro
 

Last modified: Gen 30, 1999 (Created: 22 Dec, 1998)
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1000 ragioni per non voltarsi indietro

La distanza tra Lavoro e Dimissioni è misurabile in due piccoli pezzi di carta.
> lavoro
dimissioni
FINE

Il dimissionario paranoico

Il dimissionario paranoico

/*The paranoid resigner*/  
dimissionario dimissioni «3^e dimissioni. Simpaticamente vostro dimissionario, pieno di gratitudine e rammarico per i fraintendimenti intercorsi tra di noi.»
 

Last modified: Jun 16, 2004 (Created: Jul 14, 1998)
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Caro dimissionario, proprio adesso che abbiamo bisogno di te!

-Cerchiamo un ufficio vuoto...
Il capo mi precede nel corridoio, aprendo le porte e mettendoci la testa dentro. Cerco di prevedere l'evolvere della situazione ma mi rendo conto che la partita è tutta ancora da giocare. Al telefono avevo già avuto l'impressione che volesse fregarmi. Si capisce quando uno cerca di fregarti, perché fa e dice le stesse cose che farei io per fregare lui :-) .
-Ho saputo la notizia... quand'è che mi hai lasciato il messaggio in memo?
-Ieri.
-Si, si, ieri sera- la realtà era che avevo lasciato già un messaggio la sera prima ancora, la stessa dell'invio del fax, ma non voglio metterlo in difficoltà, tanto per me nella sostanza non cambia nulla... anzi, gli stavo dando l'impressione di avere in lui la fiducia che si aspetta uno che cerca di fregarti.
-Mettiamoci qui. Allora. Cosa ti ho fatto?
La domanda era perfetta e mi metteva a mio agio: -Ti assicuro che non c'è nulla di personale...- e sorrido mantenendo calma e sorriso neutro. Tutto va al meglio e sono pronto a spiattellare il breve discorso che avevo preparato per superare l'esamino delle motivazioni: -Il fatto è che si è creato un clima di incertezza in azienda per cui la divisione a cui sottintendo accusa delle difficoltà, mentre al contrario il mercato è in fermento e un consulente come me con due anni di esperienza ha grandi possibilità.
-Ma il lavoro per te c'è, te l'ho avevo detto a fine di giugno... quand'è che ci siamo incontrati?- odio il suo maledetto modo di fare per non dimostrare di ricordare nulla di te!!!
-Si, alla fine di giugno. Ma quel lavoro non è certo, mentre è certa l'offerta che ho ricevuto.
Il capo sorride e non perde lo smalto e mi accorgo che ha un foglietto, piccolo, quello quadrato per gli appunti telefonici. Ha anche una penna a sfera. -Abbiamo acquisito, come tu sai, la LIST, e non è detto che non ci possa andare tu, anche se io ti avrei destinato alla ELETTRICA. Però a settembre! ...come ti avevo promesso!
-Il fatto che non si sia ancora concretizzato il contratto avvalora la mia tesi che lavoro non ce ne sia per me.
-Lo sapevo che non dovevo mandarti in FATTO- alludeva al progetto sul quale ero allocato. -Ma, giuro, che non sapevamo che vi avrebbero occupati ad un così basso profilo di attività. Anzi ci siamo proprio sbagliati, devevo offrirti come K3- la sigla con la quale si indicano i consulenti con tre anni di esperienza. Evidentemente non sapeva o non si ricordava che avevo partecipato anche io alla trattativa commerciale con la quale mi avevano piazzato in FATTO. Trattativa durante la quale era stato usato come base un foglio che non era altro che la 'lista della spesa' per la mia società dove non si parlava assolutamente di K3 (ma esiste poi K3?).
Continuò con tono molto comprensivo: -Appena saputo come stavano le cose ho cercato di portarvi subito via da là, ma... in alto... non me lo hanno permesso...- quel viso da bambinone diveniva a volte mite e amichevole quando cercava di giustificarsi, a volte sofferente, come un controllore ferroviario che ti multa per non aver timbrato un regolarissimo biglietto.
Non aveva finito: -Volevo usare FATTO come serbatoio per formare tutti quelli che...- blah, blah, blah... si, si, si, lo lascio parlare senza ascoltarlo pensando al fatto che se eravamo lì alla FATTO per creare una nicchia calda per coloro che ci avrebbero seguito e sostituito potevano benissimo dircelo prima, e d'altra parte è invece noto che è meglio avere un consulente a tariffe basse sulla fattura di un cliente che alla voce 'spese generali' della società. Quando ricomincio ad ascoltarlo rimango sbalordito: -...dieci unità e poi altre dieci e poi ancora dieci e poi conquisteremo IL-M-O-N-D-O-O-o o o... !!!
Boh? qual'è il confine tra ciò che era nella mia immaginazione e quello che lui farneticava realmente? A stare ad ascoltarlo avrei dovuto sgomitare nelle carni dei miei colleghi tanti ne sarebbero dovuti arrivare. Ricordo che quella del numero di consulenti era la sua fissazione di qualche mese prima, quando straparlava di prendere una sede più grande per contenerli tutti non appena insidiati in quella in cui ci trovavamo.
E insisteva! -Quest'altro progetto, come sai ce lo abbiamo. Quest'altro ancora come sai, lo abbiamo all'ottanta per cento... Tu lo sai!- io che ne so? Perché dovrei crederci??? -Questo al venti percento. Per questo abbiamo fatto l'offerta, ma è dura. Questo, e questo, e questo...- mi sembra di aver mangiato e bevuto troppo, non riesco a stare sveglio.
Altre carte, altro gioco. -Sai che sono stato male, è arrivato il conto dell'ospedale dalla Svezia. Quindici milioni per una settimana.- nel dirlo era impallidito ad arte, forse... Magari aveva sofferto veramente. Senz'altro voleva farsi compatire. -Vedi? Ho speso l'ottanta per cento del mio tempo a fare il commerciale e alla fine il risultato l'ho ottenuto, se avessi cominciato subito...
-Capisco che tu ci abbia messo molto impegno, anzi, son sicuro che tu hai fatto tutto il possibile. Ma badiamo ai fatti, quanti sono i progetti acquisiti?- ribatto.
Non mi ascolta: -E poi c'è l'attività di outsourcing... che potrebbe essere... tua- ...non capisco bene. -Certo è un'attività che occuperebbe solo il cinquanta per cento del tuo tempo, quindi ne avresti senz'altro due almeno di cui occuparti. E trattandosi di un incarico di gestione potresti svolgerlo addirittura dalla sede.- Questa uscita non me l'aspettavo. Tentenno. Si accorge che scopro la guardia e attacca!
-Volevi un'opportunità, giusto?- stavolta sorride più perfido. -La dottoressa Nazza sta mettendo in piedi una nuova linea e pensava a te per quel progetto 'al mare'- si sta riferendo al recente progetto concluso a cui avevo partecipato.
-Si, hai ragione... questa è una opportunità...- accidenti, ha proprio colpito il segno. -Ma non va bene lo stesso... perché ora me lo offri e non una settimana fa?
Non gli importa nulla della mia risposta: -Vedi che non mi ricordavo? Vedi che mi fai dimenticare le cose! C'è la STRAMBO. Ci hanno fatto uscire dal progetto in Svezia, ma ora hanno bisogno di noi in Italia, e chissà che non ci sia da andare in sede centrale qualche volta...
Non mi dimostro convinto: -Senti capo, il mio è pure un desiderio di cambiamento, ma è un desiderio che supera la razionalità della scelta. A parte ora in FATTO, che è uno schifo, ma già prima le cose non andavano bene: il lavoro di basso livello e da schiavo l'ho pure fatto 'al mare'.
-Di questo non devi preoccuparti perché quando Lello se ne andrà via... cioè...- Mi si rizzano le orecchie: Lello era il più anziano nel mio ambito specialistico, unico oltre a me a detenere, come Conan il barbaro, il segreto dell'acciaio. Come più anziano era presente sul progetto con maggiori responsabilità, relegando a me gli incarichi subordinati... Ma si era tradito oppure era un'altra mossa tattica per interessarmi? -Cioè volevo dire, appena finirà LIST andrà su un'altro progetto...- Io lo osservo. Per un attimo aveva fatto nuovamente centro. Fosse stato vero che Lello se ne andava, per me era la grande opportunità di divenire il più senior a mia volta. Ma come poteva aver commesso un simile errore. Se da un lato era un indubitabile incentivo per farmi rimanere, dall'altro poteva essere invece un misero tranello, oltretutto debole, perché potevo verificare facilmente al telefono con l'interessato... che però poteva essere in combutta.
Ritorna a fare la vittima: -Ci saranno dei cambiamenti voluti direttamente da Parigi (dalla capogruppo) che colpiranno questa unità e (sigh) credo che coinvolgeranno anche me... Quest'ultimo episodio di dimissioni in blocco non potranno che rendere ancora più precaria la posizione della filiale italiana...- ancora una mossa per farsi compatire. Mi viene alla mente il personaggio principale di 'Capro espiatorio', che assommando su di sé le conseguenze di tutta la serie di responsabilità in fatti più o meno gravi di cui erano colpevoli altri, dissolveva ogni aggressività in coloro che erano vittime e che gli stavano rimostrando contro.
Prende un foglio e mi ridisegna tutto l'organigramma della società per evidenziare la nascente linea dedicata all'outsourcing... Ancora una volta smetto si ascoltarlo, gli faccio delle domande strane per rassicurarlo tipo: 'ma è strutturato così in tutte le società europee?', 'e quel tale collega francese che fine ha fatto?', 'e quello spagnolo?'. Lui risponde a vanvera, ma mangia la foglia e capisce che ne ho abbastanza.
-Dunque non sono riuscito a convincerti? Non so più cosa fare per allettarti... Ci proverà ancora Il Buono, lo sai? ...Vieni a prendere un caffè?

Caro dimissionario, tregua?

-Offro io!- e ghigno.
Il display visualizza il contenuto della mia scheda prepagata per la macchinetta del caffè: settemilaottocento lire. Le avevo caricate durante la permanenza in sede nel periodo di natale... 7 mesi prima... Mi fa ricordare che non ho passato molto tempo in sede da allora.
-Ehilà! Ma non puoi andartene con tutto quel capitale!
-Guarda, Belga, sarò felicissimo di lasciartela di 'stecca'.
Riprendiamo a scherzare con una certa dose di ipocrisia. Ma non me ne preoccupo, io cerco di tirare il tempo per completare le formalità delle dimissioni a cui loro oppongono una inaspettata resistenza.
-E vuoi saperne un'altra sul perché me ne vado? Perché non sei riuscito ad infilare alcuna femmina nella divisione!
Sorride e mi fa accomodare su una sedia perché Il Buono è preso da una telefonata.

Caro dimissionario, ti presento la dottoressa Nazza

-La dottoressa Nazza vuole parlarti Astare.
Colpo di scena! Compare lei... la commerciale d'assalto... un poco sciupata... specie considerando che dovrebbe avere la mia stessa età. Non mi importa come è ora, immaginandola ancora nei migliori dei suoi anni la seguo docile in ufficio nella scia discreta del suo profumo. Lei si siede dall'altro lato della scrivania e mi cela in questo modo le lunghe gambe. Io aggiusto la posizione della sedia e faccio un ultimo tentativo di insinuarmi nella scollatura. Lei para il colpo e copre.
-Vuoi fermarti anche tu Belga?
Eh, eh, eh, credo che richieda la sua presenza come mio responsabile non per rischiare di firmare assegni in bianco con me... -Come tu sai mi sto occupando di una nuova linea di questa società. Si tratta di blah, blah, blah...- io intanto controllo che da sotto il tavolo si possa vedere qualche cosa, infatti ecco la punta della scarpa, ma io vorrei qualcosa di più... professionale ...un elemento come te insomma, in grado si 'switcciare' da un problema ad un'altro, una sfida... blah, blah, blah...- ricordo di essere già stato con lei in una situazione analoga, una cena aziendale, una di fronte all'altro in una lunga tavolata. Come era brillante... Vicino a lei era il marito. Eravamo tanto amiconi che dopo quella cena quasi non mi ha mai più salutato -...quindi ti chiedo di riflettere su questa proposta. Non posso prometterti altro che questo come opportunità, perché andrai ad affiancare una persona (!!! la proposta si sgonfia!!!) che... blah, blah, blah...- come è bella... Scivolo sulla sedia per abbassare il mio punto di vista, ma lei probabilmente abituata alla vita d'ufficio para ancora scivolando a sua volta allontanandosi quanto basta dalla scrivania sulla sedia dirigenziale con braccioli e cinque rotelle.
Esco stringendole la mano fredda e molle. Incontro un collega che sapeva della natura dell'incontro -Come è andata?- io gli faccio a due mani il verso delle tette della Nazza.

Caro dimissionario, ti presento il Buono

-Vede, Murnau, sto facendo un colloquio con uno della concorrenza. Vuole andarsene dalla sua attuale azienda perché c'è una cattiva visibilità delle politiche della sua azienda...- parla bene questo. Si direbbe più 'intimista'... d'altra parte è ad un livello gerarchico superiore al Belga, può permettersi di discutere con me astraendo maggiormente da questioni troppo prosaiche...
-Ma la capisco, lei ha visto la sua curva di miglioramento appiattirsi, e di fronte ad una offerta della concorrenza ha ritrovato...- stavano per luccicarmi gli occhi. Quell'uomo mi sta parlando con grande comprensione e sta dicendo delle grandi verità... ma mica è vero che chi è dalla tua parte la pensa come te!
Mi riprendo e cerco di prendere tempo: -Sono molto lusingato ma non capisco perché solo ora mi vengano espressi tanti elogi.
Lui risponde lesto, ma attenti che questa è grossa! -C'è stato un riprovevole difetto di comunicazione, e se è potuta accadere una cosa del genere, che un elemento valido come lei non abbia avuto la sensazione di essere stimato dalla propria azienda, se per questo qualcuno ha sbagliato, pagherà.
Il discorso del Buono ha attirato maggiormente la mia attenzione, ma non è sufficiente: mi perdo a immaginare cosa avrei potuto vedere se nel precedente colloquio in quel lento scivolare dalla sedia fossi finito a terra nel goffo tentativo di guardare le mutandine della terribile commerciale... un parkimetro?
Dopo aver passato in rassegna tutte le ragioni per la quale un giovane cambia lavoro, probabilmente ricavate da un elenco in appendice di qualche guida Franco Angeli (che anche io avevo letto), passa al capitolo successivo delle lusinghe più viscide: -Sono sorpreso perché non hanno fatto che parlarmi bene di lei... ho grande stima in lei... non farei questo discorso se non pensassi ne valga la pena...
Ma il capo è il capo perché sa sorprendere al momento giusto: -Credo di conoscerla bene,- aveva una cadenza e una dizione da sceneggiato radiofonico mi stava affascinando e trascinando efficacemente verso il dubbio -e se la conosco bene lei non sta puntando solo ai soldi, lei ha veramente come me, come molti di noi, a c-u-o-r-e la professione... Guardi, non farei una cosa del genere per uno qualsiasi, se non pensassi tutto questo bene per lei non mi sbilancerei tanto. Noi, non le faremo un'offerta. Lei, la settimana prossima, ci pensi su e poi mi telefoni. Si prenda mezza giornata e incontriamoci per parlarci: sarà Lei a fare una richiesta.- Sorride.
Dentro di me qualcosa si spezza. Voleva piegarmi e ci è riuscito... o almeno mi sto flettendo... -Certo non posso prometterle mari e monti. Ma è un'occasione, forse unica... spero di no, ma potrebbe anche esserlo. Quando pensa di chiamarmi?
-Lunedì.
Rimane perplesso per il poco tempo che mi concedo per pensare. Ha capito che in realtà non ho molti dubbi.

Fuga e disappunto del dimissionario

Fuggo in corridoio, oltre la porta di sicurezza. Prendo l'ascensore sperando di incontrare nessuno, giù e poi fuori! In macchina, in viale Zara, in tangenziale. Torno a respirare, anche se nello smog della coda del venerdì sera degli accessi alla tangenziale di Milano. Posso finalmente liberarmi di quelle espressioni ruffiane: dei sorrisi per l'ingenuità e della serietà per l'intelligenza.
Finalmente torno in contatto con la realtà. Mi tornano alla mente tutte quelle parole spese per indurmi sensi di colpa, per creare un senso di gratitudine verso quella gente, per rifondare l'illusione di un anno fa quando mi assicurarono di poter fare ancora qualcosa per me e che se invece avevano fatto poco non dipendeva dalla loro volontà.

Dove rombano le cannonate

-Ciao Murnau, cosa hai deciso?
-Perseguirò la mia intenzione a mollare.
-Mi dispiace, mi dispiace perderti.- Parlava come un fidanzato che vuole dimostrarsi comprensivo verso una neo-ex un po' rompicoglioni. Ma il suo tono era come al solito subdolo -...con sto male ai denti poi...
-Male ai denti?
-Certo, mi hanno operato la settimana scorsa... Ora mi tirano i punti e mi fanno un male boia...- Ma cazzo! Perché anche stavolta aveva trovato di che farsi compatire?
-Accidenti non lo sapevo. Comunque volevo farti presente la mia intenzione di mollare al più presto possibile per passare alla nuova società...- Vengo interrotto, ad arte con un tempismo eccezionale una soneria di cellulare, e poi lui che interrompendo la breve parlata in inglese si congeda velocemente da me.
Mi richiama due ore dopo: -Eh eh eh Murnau, sai quella telefonata di prima? Un progetto in Arabia Saudita...
-Ma va' a cagare!!!
FINE

Uscita Ufficio

L'uscita dall'Ufficio

/*Exit from the office*/  
uscita ufficio «L'uscita dall'uficio deve essere rapida, efficente e marziale, come qualunque cosa compiuta da un membro del corpo dei marines.»
 

Last modified: Apr 28, 2008 (Created: Apr 24, 1998)
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I segreti per una migliore uscita dall'ufficio

In ufficio, dal momento in cui dai segni di voler guadagnare l'uscita, a quando esci dal campo visivo del capo passano pochi interminabili minuti. In tale risicato lasso di tempo sei esposto al rischio di essere coinvolto in qualche faccenda di quelle classificate 'delle 18', o 'del venerdì', o peggio ancora a qualche battuta del tipo: - Intendi prendere mezza giornata di ferie?
La fuga prevede 3 classici momenti topici:

  1. inizio dello spegnimento del computer;
  2. chiusura del display;
  3. acchiappo del cappotto e dell'ombrello;

Fase 2

Sulla fase chiusura del display vale la pena fare qualche precisazione. Si tratta di un passaggio obbligato, a meno che non intendiate portare via il PC aperto. In realtà, se ci pensate, vi sono dei momenti in cui vi allontanate dalla scrivania col computer acceso alimentato a batteria ma staccato dall'alimentazione e dalla rete, per andare a chiedere un consiglio ad un collega, per andare in una riunione, per collegarvi al cavo direttamente collegato alla stampante. E' quindi una strada teoricamente possibile. Ma come potete saltare la fase 3 in cui recuperate il cappotto? Come potete lasciare la borsa vuota sulla scrivania?

Soluzioni:

  • è estate e non avete il cappotto, soluzione banale;
  • avete un complice che vi recupera le cose che voi tralasciate;
  • non avete mai avuto la borsa, avendola lasciata in macchina o perché non la usate;
  • effettuate la fuga in due tempi, in un primo viaggio prendete il cappotto e la borsa, lasciando sulla scrivania ben in vista il portatile, simulando per esempio di andare a fumare un attimo, quindi lasciate il cappotto in una base intermedia, recuperate il PC.
Nel caso di fuga standard, vi raccomando di applicare le regole del mimetismo, e di svolgere l'operazione di chiusura del monitor con calma, con poco rumore, senza bruschi movimenti.

Fase 3

Sulla fase 3 non c'è molto da dire. Si tratta di un passaggio obbligato solo se avete con voi il cappotto.
Questa fase si integra con la 2 se tentate la fuga in due tempi.
Nel caso di fuga standard, vi raccomando di applicare le regole del mimetismo, e di svolgere l'operazione accelerando progressivamente la velocità dei vostri movimenti, con poco rumore, senza bruschi movimenti.
Questa è la fase in cui rischiate maggiormente che le vostre intenzioni vengano correttamente interpretate, quindi sarete colti da ansia e da sudori gelati.
I capi più esperti, in questi ultimi metri prima della libertà giocano con voi come il gatto col topo. Vi richiameranno all'ultimo istante: -Hai mica telefonato? Hai scritto la mail? Mi fai un favore? Intendi prendere mezza giornata di ferie?
Il pericolo cresce con la distanza che dovete percorrere prima di uscire dal campo visivo. Il fattore posizione è decisivo: preferire la scrivania vicino al corridoio (ma senza dare mai la spalle al corridoio stesso, in cui il transito di persone è elevato e imprevedibile).

Fase 1

Lascio per ultima la fase più delicata.
Se possiamo stimare la durata delle fasi 2 e 3 in meno di un minuto, diciamo 30 secondi, la durata della fase 1 non è predeterminabile.
Dipende da:
  • intuito ed esperienza del capo;
  • incapacità da parte vostra di mantenere un comportamento naturale in questa fase;
  • rumorosità del vostro computer in fase di shutdown.

I primi due aspetti sono correlati. Osservate i vostri colleghi, imparate dai loro errori. Cosa succede quando uno di loro decide di abbandonare la nave? Se non ci state attenti non ve ne accorgete, ma invisibilmente vengono espressi una quantità inquietante di riti maniacali che irrimediabilmente li compromettono agli occhi del capo:
  • mettono in ordine le carte e le penne;
  • fanno pulizia del monitor e della scrivania;
  • posano oggetti del cassetto o nell'armadio e lo chiudono a chiave (gravissimo errore!);
  • si stirano e verificano le condizioni meteorologiche fuori dalla finestra;
  • valutano l'intensità del traffico sempre guardando fuori dalla finestra;
  • riallacciano i polsini della camicia;
  • bagnano la piantina che hanno posto sulla scrivania;
  • fanno domande sull'organizzazione del giorno successivo;
  • vanno al gabinetto;
  • incredibilmente alcuni, poco prima di andarsene iniziano a lavorare picchiettando con maggiore vivacità sulla tastiera, abbandonando la lettura lenta ed oziosa dei giornali on-line.

Anche l'atto di eseguire lo shutdown del computer tradisce la volontà di volatilizzarsi, e siamo al terzo aspetto:
  • la pressione del bottone 'power'. A volte, anche se 'in se' non si emette alcun rumore, viene intercettato il vostro movimento, la vostra alzata di spalla, la ricerca alla cieca con la mano del pulsante, tastando a tentoni le parti retrostanti o laterali non visibili del computer;
  • viene intercettato il vostro stato d'ansia nell'attesa che si chiudano faticosamente tutte le finestre delle vostre applicazioni attive;
  • viene intercettato il rumore dell'hard disk che svuota e riordina la memoria;
  • viene intercettato l'affievolirsi debole della luminosità del led dell'alimentatore!

E non dimenticate l'espressione del viso: riconoscete la personalità dei vostri colleghi da come vivono lo spegnimento del computer.
Il vostro capo per esempio assume un aspetto stanco e sconsolato, di quello che avrebbe voluto che la giornata durasse due ore di più.
La manager gran lavoratrice si muove in modo efficiente, efficace in ogni cosa. Con continuità passa dal lavoro all'uscita dall'ufficio. Nessuno se la caga per non essere coinvolto in qualche suo ripensamento.
Solo quelli la cui la posizione nell'ufficio della scrivania gli garantisce una buona intimità mostrerà la soddisfazione del momento con sfregamenti di mani, rumoroso scuotimento di cavi e chiusura di cerniere delle borse nere in nylon dei computer.
L'intuito del vostro capo può addirittura anticiparvi, intercettando la vostra volontà di timbrare il cartellino ancora ferma nel vostro inconscio e non ancora partorita allo stato cosciente. Se siete bravi, riuscirete a far durare questa fase solo il tempo di effettivo shutdown, e quindi unicamente lagato alla potenza hardware del vostro computer, e al numero e allo stato delle applicazioni in esecuzione.

Quindi

Quindi da quando intendete spegnere il computer: testa bassa e focalizzarsi sulla fuga, senza incrociare lo sguardo di alcuno, senza dare ascolto a nessuna voce, senza salutare, senza niente di niente: chiudere, prendere il cappotto, grugnire e via!

Esempio

A La Spezia l'uscita fu troppo facilitata dal fatto che il capo era solitamente il primo ad abbandonare l'ufficio. Ma questo modo di guadagnare la libertà mi pare fin troppo banale.
FINE

Presentazione Riunione


Riunione e presentazione

/*Meeting and presentation*/  
riunione presentazione «Una riunione di lavoro seguita senza molto interesse. Eppure in una presentazione ci sono molti spunti per passare due ore senza pentimenti.»
 

Last modified: Gen 30, 1998 (Created: Gen 30, 1998)
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Presentazione e riunione

Il capo parla e parla e parla. Espone romanzandolo un poco il lavoro a cui partecipo ormai da più di due mesi. Io titillo il clitoride del portatile e il puntatore guizza, nell'ebbrezza di un lungo orgasmo, sulla parete dove un proiettore da una decina di milioni riporta le immagini dello schermo a cristalli seminali.
Una mano sbuca da dietro un grosso cartellone appeso sulla faccia rivolta all'esterno della nostra aula della vetrata del divisorio. Afferra le due cordicella della veneziana, aiutata dalla omologa evidentemente. Compie una curiosa operazione, tanto curiosa che pensavo essere l'unico a praticarla. Con grande accuratezza orienta le palette in modo da provocare la massima riflessione di luce sul soffitto, con l'evidente intenzione di provocare il massimo della illuminazione indiretta e uniforme.
Attraverso il divisorio costituente la parete opposta, intravedo invece una scatola lunga e sottile, abbandonata un poco inclinata di un albero di natale.
Ogni tanto c'è una opposizione. Stupida in genere. Sti pirla fanno resistenza, non accettano di doversi piegare alle novità, e quando inevitabilmente accadrà non impareranno la lezione, e creeranno problemi e intralci nuovamente.
FINE