L'Acetabolo


L'acetabolo

/*L'acetabolo*/  
acetabolo ospedale «Acetabolo: Per sapere di cosa si tratta e' necessario romperlo. Se siete incuriositi procurate di romperlo in ospedale a qualcun'altro.»
 

Last modified: Aug 16, 1997 (Created: Jun 5, 1990)
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L'acetabolo (English version)

In ospedale per l'acetabolo

/*In hospital for the acetabolo*/ 'Dottore... la gamba, che male! Dottore, mi fa' male... dottore!'.
'Ma che male e male, che diamine, ma se non ce l'ha più la gamba!'.
'Ma, come dottore...' e si sveglio' completamente sudato con lo sguardo allucinato.
Ormai era in ospedale da trenta giorni, e aveva sempre avuto ogni notte degli incubi terrificanti. Si svegliava, come in questo caso, nel cuore della notte e stentava a riaddormentarsi, forse per paura di essere nuovamente assalito da oscuri timori.
'Ciao, era ora che venissi a trovarmi'. La ragazza era comparsa sulla soglia della stanza, ed era rimasta silenziosa; ed ora con un rassicurante sorriso si avvicino' al capezzale. Lui era veramente felice di rivederla: 'Ti ho tanto pensato, e ho tanto sognato questo momento. Da quanto non ci vediamo? Qui in ospedale ho tanto bisogno di compagnia'.
'Anche io ti ho pensato' rispose ella cordiale. Gli si avvicino' ancora e si sedette sul letto nello spazio lasciato sgombro dal corpo sfatto del malato, le cui sembianze umane a parte il viso e le braccia, erano assicurate solo dalla presenza del gesso, che quindi piu' che a funzioni statiche assolveva una funzione contenitrice per le sostanze gelatinose in cui si erano trasformati i muscoli.
Il suo aspetto in effetti faceva contrasto con quello della ragazza che invece era sodo e fresco, per quanto lo permettesse il caldo infernale del Luglio Novarese. Lei lascio' cadere il capo all'indietro accompagnato dalla vaporosa massa di soffici capelli castani, e lui per tale movimento fu investito da un inebriante profumo, un po' strano, di essenze esotiche. Per un'attimo lei muto' l'espressione del viso e dette l'impressione quasi di soffocare. Schiuse le labbra rosse, portandosi la mano dalle lunghe dita affusolate a contatto del collo sottile. La mano le scivolo' in basso, e con essa fece il verso di staccarsi dalla pelle bagnata di sudore il tessuto contornante la generosa scollatura della camicetta. Questa era certamente non attillata, anzi risultava sollevata dal corpo dalle curve graziose del petto, libero dall'oppressione e della discrezione di qualsiasi capo di vestiario intimo.
Comincio' a parlargli con tono caldo e profondo: 'Improvvisamente nel mio letto, ieri sera, tormentata dalla calura e dalla solitudine di Luglio, e completamente madida in tutto il... corpo di sudore, ho sentito la necessita'... il desiderio di vederti, di...'. Gli sorrise ancora una volta e anziche' terminare la frase scosto' lentamente con entrambe le mani le falde della gonna e le lascio' scivolare ad accarezzarsi l'interno delle coscie lisce e ben tornite... come si immagino' lui. Invece di improvviso estrasse un'enorme mazzuola da muratore con la quale colpi' con perizia il gesso all'altezza dell'inguine...
'Aaaah...', ma era ancora un incubo, e questa volta si tiro' su' per il cuscino, per quanto l'enorme gesso glielo permettesse, per essere ben sicuro di rimanere sveglio. Gli incubi effettivamente si presentavano uno dietro l'altro senza che lui potesse fare niente, se non l'evitare di dormire sino a che non veniva risopraffatto dal torpore.
Si guardo' attorno per vedere se per caso nel delirio non avesse svegliato i compagni di stanza. Sussulto' vedendo una figura in camice bianco celata dalla penombra dietro la porta.
'Venga avanti pezzo d'idiota' disse con disprezzo verso l'infermiere, '...avanti, venga qui e mi porti la padella. Questa sera ho mangiato prugne e sono doppiamente soddisfatto: non cago da quattro giorni sebbene mangi come un maiale, e inoltre mi sento in diarrea'.
'La prego, non mi draddi cosi' anghe se sono un povero negro'.
'Zittate, sacch'e'mmerda'. Scaricava cosi' sui piu' deboli il risentimento verso una categoria meschina, che scaricava su di lui a sua volta la mancanza di riconoscimenti sociali adeguati, e che promuoveva senza ritegno scioperi e occupazione delle sale operatorie a oltranza.
'Posizionala bene, stronzaccio d'un extracomunitario che non sei altro, l'ultima volta hai dovuto cambiarmi il lenzuolo, e ti ho gia' detto che... Pirla! Vattene ora!'.
Si rilasso'. A questo punto poteva cominciare, e con la perizia aquisita durante la degenza allento' lo sfintere. In effetti l'operazione non e' cosi' semplice stando orizzontali e rimanendo inattivi tutto il giorno. Aspiro' con perversa volutta' le emanazioni che uscivano da sotto il lenzuolo. 'E' tutta salute', pensava, voleva dire che lo stomaco e l'appetito erano in ordine. Ma l'odore pero' diveniva sempre piu' acre, e senti' la necessita' di respirare aria fresca e maledi' di aver scacciato l'infermiere che avrebbe potuto aprirglie la finestra. Ma non solo l'odore peggiorava, ma sentiva che la defecazione non terminava, lo stimolo era incessante, e violentissime contrazioni sembravano lacerargli gli intestini fino allo stomaco e oltre, su' fino all'esofago. Si senti' inondare la trachea, fiotti di sterco ora gli uscivano dalla bocca e dalle nari. Per lo schifo gli vennero pure conati di vomito, e rimase per un attimo perplesso chiedendosi da dove sarebbe potuto uscire. Disperato cerco' di chiamare aiuto, ma la voce era soffocata nella gola invasa dalla sostanza estranea. Cerco' di piangere, ma anziche' lacrime gli solcarono le gote strisce di un liquido marrone. In quel mentre entro' il negro, con il viso segnata la solita estrema tristezza che hanno i negri, ma il colore della pelle mano a mano impallidiva, anzi si schiariva allo stesso ritmo con cui lui si ricopriva delle sue escrezioni... Questa relazione tra i due accadimenti lo fecero pensare: 'Stronzo di un negro...'.
'Bastaaaaa!'. Questa volta urlo' veramente. I suoi vicini di letto si svegliarono: 'Cosa succede!', e con lo sguardo interrogativo si volsero a lui.
'Problemi? Ma non riesce proprio a dormire? Ma non riesce proprio a far dormire noi? Sono decine di notti che ci tormenta. E' ora che riceva una lezione'.
Aveva parlato quello in fondo alla piccola camerata. Era un vecchio di centottanta anni, almeno, ed era ricoverato da un centinaio, e la lunga degenza ne aveva sciupato il carattere, gia' pessimo a causa del motivo per cui si trovava cola'. Si era infatti procurato una frattura all'acetabolo dell'anca destra nel 1910 durante una guerra che neanche lui si ricordava, e a causa dell'eta' la rottura stentava un poco a riconnettersi.
Premendosi l'anca per non sollecitare l'articolazione lesa passo' dal letto alla sedia a rotelle, e brandendo una stampella che in origine doveva far coppia con quella di Enrico Toti, gli si avvicino'. 'Non vuole dormire eh! Ora...'. Non riusci' di terminare la frase perche' l'altro gli sparo' in faccia il contenuto del bicchiere sul comodino e di seguito il bicchiere stesso, 'Vai tu a nanna vecchiaccio!'. Il vecchio cadde a terra con la dentiera sgranata in gola, e li' termino' la sua degenza, soffocato dai frammenti...
Ma era un'altro incubo, o forse un sogno piacevole, infatti pur non avendo il vecchio tutti gli anni immaginati in sogno, era intrattabile allo stesso modo, ed ora stava russando fastidiosamente.
Intanto le prime luci di un nuovo giorno si andavano concentrando dietro la finestra. Un nuovo giorno... forse migliore. Prese il pappagallo dalla sedia posta vicino al letto perche' gli fosse piu' accessibile, e cerco' di espletare le sue basse funzioni. 'Ma che schifo, ma se pisciassero in bocca a te, che diresti!' gracchio' il contenitore di plastica a cui improvvisamente spuntarono penne e zampe...
'Scusi...'. Si senti' imbarazzato per la sorpresa. Ma si riebbe subito: 'Ma fa' il tuo mestiere di orinatoio, lavativo'. Ma ora al pappagallo erano spuntate anche le ali, ed era riuscito a divincolarsi. Ora se ne volava via attraverso la porta rovesciando il liquido che aveva in 'pancia' in testa al vecchio russante.
'Infermiera! Un'altro pappagallo'.
L'infermiera era al suo capezzale, era arrivata durante il suo dormiveglia, e ora era seduta accanto a lui, e gli tergeva con un fazzoletto amorevolmente la fronte. Fu una folgorazione, lui l'infermiera la vedeva bellissima, anche se dalla sua posizione orizzontale sul letto non aveva mai potuto averne una immagine complessiva. Era bruna, con i capelli raccolti in una coda sbarazzina. Cio' sottolineava ulteriormente la sua giovane eta', in effetti era riuscito a sapere che era un'allieva infermiera dell'Istituto Professionale che aveva sede nell'ospedale. Il resto del corpo era castamente contenuto nel grenbiule bianco che concedeva solo di apprezzare la vita sottile, i fianchi lievi e i movimenti eleganti.
Per la prima volta si abbandono' dolcemente ad un pensiero, senza il timore che si potesse trasformare in qualche immondo incubo... a parte le frustrazioni che ne derivavano. Eh, si. Tali gentili presenze attorno a lui, erano fonte di traumi psicologici nocivi al suo equilibrio. La prima volta che venne condotto in barella dalla solita infermiera a fare le lastre, abbandonata per la prima volta la corsia dell'ospedale in stato di lucidita', ebbe l'opportunita' in quel tragitto di formulare le teorie sul rapporto tra pazienti e infermiere. Si rese conto di cercare il dialogo con l'accompagnatrice, o piu' probabilmente un sorriso che significasse partecipazione alla sua sofferenza. Era la loro giovane presenza a turbarlo, giovane perche' studentesse del corso per infermiere professionali, giovani perche' ingraziosite dalla divisa della scuola. Per tale condizione, erano sempre sorridenti, e apparentemente disponibili, a differenza delle infermiere piu' anziane... e sopratutto degli infermieri!.
Per quello che riguardava il nostro protagonista era una cosa del tutto nuova. Infatti frequentava all'epoca ingegneria a Torino, facolta' notoriamente maschile (almeno a quell'epoca), in cui quindi l'esigua popolazione femminile era di tutt'altra razza, non solo rispetto a quella ospedaliera, ma addirittura rispetto a quella che si puo' comunemente incontrare ovunque. Ve ne erano di due tipi, ma entrambi generati dalla medesima causa: i maschi che si trovano in un ambiente povero di prede, gli si abbassa la soglia dell'interesse minimo da provare per reagire con uno sguardo, un complimento, un'atteggiamento di apprezzamento; diventa meno schizzinoso. A questo punto la femmina puo' accrescere ipertroficamente la propria considerazione di se', oppure sentirsi oppressa a tal punto da trasformarsi in schizofrenica paranoica. Nel primo caso aumentera' la sua sicurezza, e cio' si evince osservando lo sfoggio di vertiginose minigonne e pose da Lady Godiva sulle panche dell'istituto; nel secondo caso invece si aggirera' per i corridoi radente i muri e con lo sguardo sulle punte delle proprie scarpe. Entrambi gli atteggiamenti frustreranno la maggior parte della popolazione maschile che cerchera' quindi ad adattarsi (con scarso successo) ad una condizione autosufficente nei confronti di quella femminile.
Piu' di una volta lui era rimasto a contemplare in biblioteca le bellezze locali, ma mai aveva osato un'approccio diretto, perche' un fallimento pubblico gli sarebbe costato la faccia difronte a tutti gli altri presenti, immaligniti per la scarsa attivita' sessuale. Non esisteva infatti, data la forte concorrenza, neanche solidarieta' tra gli allupati, ognuno per se', e tutti contro tutti. Ci si doveva limitare a guardare quegli esemplari dell'universo femmineo ostico alla frequentazione degli allievi ingegneri. Giunto alla disperazione aveva concluso che la femmina del politecnico, per deformazione ambientale, e' necessario attaccarla all'esterno di esso, e rimase quindi sempre in attesa di un'occasione propizia che non si verifico' mai.
La femmina ospedaliera, invece, a parte quella porzione della categoria che si lascia condizionare dalla propria condizione di statale (e quindi abbrutita dalla frustrazione e dal tedio) incarna per il paziente la femminilita' piu' genuina, qualunque sia l'eta'. Sopratutto la sua infermiera, ora sorrideva, come sempre, disponibile.
'Non ce la faccio piu'. Ogni notte e' un'inferno, ormai ho vero terrore sin dal delinearsi delle tenebre. Rimani con me questa sera, ti prego, devo sentirmi vegliato... te ne prego... ti scongiuro!'.
'Chiedero' alla caposala... non dipende da me'.
'Si, te ne prego!' e le prese la mano stringendosela al petto tutto concitato.
'Stai tranquillo, faro' il possibile; te lo prometto'.
La giornata passo' come tutte le altre, forse piu' in fretta, rassicurato dalla promessa dell'infermiera. E la notte venne. Guardo' la televisione finche' pote', poi inizio' la trepida attesa. Erano passati cinque minuti di un eterno ritardo dall'ora convenuta, che arrivo' una telefonata. Rabbrividi', colto dal timore che qulcosa stesse per accadere. Alzo' il ricevitore in piena agitazione. Era effettivamente l'infermiera: 'Non posso venire, la caposala me l'ha impedito. Io volevo venire, so' quanto tu ci tenessi. Ti prego... cerca di capirmi'. Si capiva che stava piangendo. 'Dovrebbe gia' essere arrivata chi e' stata prescelta per sostituirmi...' Si senti' un urlo soffocato e la comunicazione fu' interrotta. In quel mentre comparve una donnona con pancia, baffi e culone che si diresse verso di lui.
'Manuela non viene, la caposala ha pensato che per lei si dovesse riservare un trattamento piu' professionale, quindi ha mandato me': l'alito era fetente. Aveva con se' la rivista 'Cronaca Vera' e un paio di libri della serie in formato economico di 'Harmony' usato gia' da tutte le donne addette alla pulizia dei gabinetti, '...spero che sia lo stesso per lei...'.
'Ehm... certo... cioe' no non e' lo stesso...'.
'Cazzi suoi!' e si sedette vicino a lui: aveva addosso un odore di friggitoria inquietante, '...se ha bisogno di qualche cosa, non pensi neppure un attimo che le permetta di rompermi i coglioni', nessuno avrebbe mai potuto dubitare che li avesse sul serio, '...non sono mica un cuore tenero come 'Manu', ci ho le palle, io'. Senza interpellare nessuno, si accese il televisore e stravolse la sintonia impostata dei canali alla ricerca di TeleGomorraSodomita. Si guardo' per tutta la notte l'asta televisiva di stock all'ingrosso di videocassette per amanti del genere emettendo i piu' curiosi grugniti, o forse erano rutti, o a giudicare dall'odore scoregge. Ogni tanto dava pesanti manate al gesso per richiamare l'attenzione del suo protetto sulle scene chiave dei provini.
Forse per questo quella notte non ebbe incubi...
E invece la ragazza era ancora li', accanto a lui con la candida mano delicatamente tra i suoi capelli: 'Ancora un'altro incubo?'.
Lui si mise a piangere come un gattino annaffiato: le stava ancora stringendo l'altra mano. 'Trottolino amoroso, ma che cosa hai'. Nell'udire quelle parole, lui noto' una rassomiglianza tra l'infermiera e la cantante Mietta di cui non si era ancora stranamente accorto.
'Verrai al mio concerto?'.
'A tutti se mi vorrai, ma ora vattene amore, fuck-off'.
'Fuck-you! Look at my eyes: you are a sack of sheet. Go in my bathroom end close you into it, end please, don't watch you in the mirror: you can break it'.
'Your mother, your father end your sister. Italian do it better, and the Pollander too'.
'Pollander? How do you know how Pollander do it? You are same a bitch. You walk all night long in the rear of Saint Andrew'.
'A bitch, this is what you think about me! You was nothing before meet me: I met you in the rear of Dome with your 'little friends'...'.
'Let my friends so long our discussion, bad chicken!'
'Ai chent sopport iu for no enitaim. Feis ov stiupid, coglion!'.
'Bbottaaaanaaaaa...'.
'Feeetuuuuso!'. E se ne ando' sbattendo la porta, facendo cadere la pesante plafoniera della testa del letto sul vecchio vicino alla porta: si udi' solo il rumore che fa uno scarafaggio sotto una scarpa. 'Adriana, Adriana...' ma ella non si fermo', ne' si volto'. Lui aveva gli occhi gonfi, come se si trovasse su un ring al termine di un'incontro di boxe.
Entro' un lettighiere immenso, con una stella rossa tatuata su entranbi i bicipiti: 'Cosa fatto tu ad Adrianka, ti spiezzo in due!'. Lo prese per l'ingessatura all'altezza del ginocchio e cerco' di sollevarlo, ma il gesso si sfilo' dalla gamba e gli rimase in mano. Era giunto il momento del contrattacco: 'Lo vedi sto' sigaro? Te lo ficco talmente su' per il culo che se tenterai di accenderlo ti brucerai i peli del naso' (Ma il sigaro dov'era? Che fosse ancora un sogno?).
Ma forse e' giunto il momento di parlare un po' piu' diffusamente del nostro amico:
egli si chiamava Astare, figlio di Stella e Piergiuseppe. Il padre onesto mercante lo aveva indirizzato alla carriera diplomatica. Intraprese quindi gli studi della Retorica e della Dialettica che segui' con passione sino a che, in seguito ad una crisi spirituale non decise di abbandonarli. Dopo un lungo pellegrinaggio per tutte le principali corti europee, un incontro particolare, va' considerato fondamentale per seguire la svolta che prese la sua vita.
Nei pressi di Gottingen incontro' un pellegrino, il cui nobile aspetto lasciava intendere un passato piu' agiato, e la profonda cultura di cui era in possesso era strabiliante.
Viaggiarono insieme per diversi mesi, e Astare si nutriva l'animo dell'intelligenza del suo eccezionale compagno di viaggio. Al nono mese di convivenza, durante una notte funestata da un tremendo temporale che distrusse il villaggio di povera gente che li ospitava, raggiunse la Rivelazione e decise che era il momento di tornare.
Saltando ai giorni nostri, si puo' parlare in particolare di una notte. Al ritorno di un lungo viaggio per l'adempimento di un'alta missione umanitaria si ritrovo' ad affrontare un tristo cavaliere errante. La sua possente armatura lasciava intendere che possedesse un fisico immenso. Lo scontro fu durissimo, Astare alla prevaricante forza suppliva con la sua accesa intelligenza, e parava ogni colpo riuscendo pero' a segnare troppe deboli stoccate perche' l'avversario potesse accusarle. E questi lo capiva, decise quindi che il suo barbaro onore era in pericolo e decise di giocare il tutto e per tutto gettandosi a capo basso addosso a Astare, che fu' in questo modo sopraffatto.
Fu raccolto da pellegrini di passaggio, che causa della loro ignoranza stentarono a estrarlo da quella che era stata una fulgida armatura e ora era latta contorta ammassata in una discarica. Fu portato al castello dove un benevolo Signore si occupo' del suo recupero, mettendogli a disposizione la figlia che si prese cura di lui, e lui di lei. Ma una strega maligna invidiosa della bella principessa rapi' il giovane, gli fece bere l'acqua del fiume Lete, e lo fece ricoverare in un ospedale statale.
Questa e' la triste storia di messer Astare.
'Mantrino Ciorcio?'.
'Sono io'.
'Sono il suo nuovo dottore, l'altro l'hanno ricoverato in manicomio'. Aveva parlato un signore distinto in camice bianco, impeccabile come la sua persona che lasciava supporre origini senz'altro aristocratiche. Aveva i capelli grigi, e viso magrissimo; la figura complessivamente era magra e slanciata. Le guance infossate e la faccia lunga lo facevano assomigliare vagamente a Vincent Price. 'Sospettavo anch'io quel dottore, effettivamente avevo pensato che gli mancasse la completa integrita' mentale. Quel suo modo di infilarsi lo...'
Fu' bruscamente interrotto dal dottore con un gesto dal piglio di direttore d'orchestra.
'Il suo parere ci e' del tutto superfluo. Piuttosto le comunico che stanotte verra' operato dalla mia equipe' polacca'.
'Ma perche' stanotte'.
'Lei e' medico? No, quindi lasci fare a noi... ma con lei voglio instaurare un buon rapporto, pertanto le diro' che l'opereremo stanotte perche' io prendo le mie reali sembianze di vampiro della Transilvania, e i miei collaboratori non possedendo una laurea parificata con quella italiana mi tocca di farli lavorare di nascosto. Cio' le crea dei problemi?'. Lo disse senza premura, per formalita', della risposta non gli importava nulla.
'No di certo. Anzi ho sempre sognato di conoscere un vampiro... 'conoscere' certamente non in senso biblico'.
'Molto bene, ma... mi dispiace un po' che non intenda 'conoscermi' meglio, sono tanto lontano da casa e mi sento tanto solo...'. Queste parole toccanti fecero piangere le infermiere che lo attorniavano, e assieme alle lacrime emisero dei curiosi fonemi, certamente non in italiano. Astare concluse che dovevano far parte tutte della equipe' personale del professore, ma fatto curioso erano delle vistose fasciature al collo che portava ciascuna...
Si commosse anche lui a quelle parole, e si dimostro' piu' disponibile: 'Possiamo sempre metterci daccordo...'.
'Ora basta devo terminare il giro' e se ne ando' facendo un curioso verso con le braccia come se volesse spiccare il volo.
A sera vennero a prenderlo con una lettiga trainata da quattro conigli neri con un nibbio a cassetta; la Fata Turchina saluto' Astare mestamente con il fazzoletto.
'Signor Astare, ci deve scusare ma alla frontiera non ci hanno lasciato passare l'attrezzatura, e allora utilizzeremo cio' che abbiamo reperito in giro. Ma non si preoccupi perche' la cosa non mi e' nuova, nel senso che mi e' gia' successo' lo rassicuro' il professore appena glielo portarono in sala operatoria. 'Abbiamo fatto il giro dell'officina, degli sgabuzzini delle scope, dell'immondizia delle altre cliniche... e ora abbiamo ottimo materiale e in piu' a buon mercato, solo un po' sporco...'.
'Non si preoccupi che per me va' sempre bene'.
'Lei mi e' simpatico, e per tranquillizzarla le presentero' i miei collaboratori'. Si trattava di un ex macellaio, una ex sarta, un ex meccanico tornitore, un ex arrotino e un pagliaccio da circo calzato e vestito (infatti quello dell'anestesista era per lui un secondo lavoro, e non era in grado di cambiarsi d'abito nel cambio di ruolo).
'L'anestetico e' finito, percio' non guardi da questa parte' disse il professore, '..o se pensa di non riuscirci le diamo una botta in testa'.
'No, no va' bene, cosi' possiamo parlare insieme e facciamo conoscenza, c'e' sempre cosi' poco tempo in corsia...'.
'Lei mi piace, non si lamenta mai!'.
Durante l'operazione naque cosi' una profonda amicizia. Il professore era una persona squisita, e il pagliaccio molto simpatico. Seppe cosi' che il vampiro era costretto a lavorare perche' voleva guadagnare dei soldi per aprire nella sua terra una Emoteca alla moda, un tipo di locale introvabile in Romania. 'Me la tiene aperta' chiese il professore. 'Certo gliela apro per benino, ma non mi fara' schifo? E' tutto umido qui! Ma cosa ci vuole mettere dentro?'. Un violentissimo ceffone gli fece rimbombare il gambone. 'Ma perche' mi tratta cosi', io le offrivo la mia amicizia, l'accudivo con particolare attenzione, e lei e' cosi' che mi ricambia!'. L'infermiera carina era stata tutto il tempo li', e per tutto il tempo gli aveva tenuto la mano, vegliando sul suo sonno, ed ora era molto turbata e tutta rossa in viso. Non riusci' a trattenerla in quanto non realizzo' abbastanza in fretta cosa stesse succedendo. In quello stato confusionale gli arrivo' un'ondata di orina dall'alto, guardo' su' e vide a malapena il pappagallo che gli era fuggito prima. 'Bastardo, dopo tutto quello che ho fatto per te'.
'Non vuoi farmi dormire, eh?'. Il vecchiaccio aveva appena scoccato un durissibo colpo a due mani con la stampella di legno. Lo colpi' in mezzo agli occhi e lo fece cadere dal letto ai piedi della sedia a rotella. Comparve anche il negro che pero' era bianco come un tedesco in primavera: 'Aspetti che la tiro su io'. 'Vattene negro...' ma queste parole lo portarono nel marasma piu' completo, comprendendone intuitivamente l'illogicita' del suo nuovo stato di bianco.
'Ecco che sono tornata, sei contento? Se non ci fossero... tenere amiche come me... Visto che ti e' piaciuto tanto l'altro, ho un nuovo regalo da darti, come quello di prima, anzi meglio'. Traffico' con gli stivaloni in plastica rossa da prostituta fino a far comparire il manico di un'enorme mazza da lavori forzati modello 'Caienna' che si impiglio' nella minigonna sottocutanea strappandola... quindi sferro' un micidiale colpo al plesso solare di Astare.
Si risveglio' nel suo letto d'ospedale. Un infermiere stava sostituendo la bottiglia della flebo postoperatoria, 'e allora come ci sentiamo?'.
Ora era sveglio ma non rispose, voleva prima capire che razza di sogno potesse essere questa volta. 'Tua madre e' andata a parlare con il professore, e adesso verra' l'anestesista a darti un'occhiata' e se ne ando'.
Comparve un dottore, gli senti la fronte e il polso 'Tutto bene!' e se ne ando' anche lui. Arrivo' la madre.
'Astare! Come va'?'.
FINE