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Ela fica linda

Ela fica linda

/*You are pretty*/  
«Falsi amici, belle ragazze. Ficar, legal: essere spregiudicati premia anche con le più austere señore del Brasile.»
 

Last modified: Aug 18, 2006 (Created: May 15, 2006)
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MAGGIO

MINACCE

Mi minaccia, mi minaccia per mandarmi in Brasile.
Non so se dirlo al selezionatore. Questi non minaccia, ma mi ha appena chiesto di esporre le mie domande, richieste di dettagli, e ha appena capito che le mie questioni sono relative alla definitività della scelta. Prima mi parlava in termini entusiastici dell'azienda e dell'esperienza professionale in una multinazionale leader del suo settore, che è famosa per il carattere "made in italy" dei suoi prodotti ma che non produce ne tanto meno commercializza in Italia, adesso mi parla solo degli aspetti negativi del vivere in Cina da occidentale, di quartieri riservati protetti da mura e sorveglianti. Mi minacciano di mandarmi in Brasile per 10 mesi e io vado ad un colloquio di lavoro per un posto in Cina idealmente per tutta la vita... Qualcosa è illogico nei fatti che si stanno susseguendo nella mia esistenza. I fatti riprendono senso rielencando tutti i punti che mi sono annotato mentalmente, in un continuo delirio, per capire se esagero io o il mio capo in questa faccenda, per capire se devo accettare o rifuggire l'esperienza che mi viene proposta. Sono qui, a Milano nell'ufficio di un head hunter, credo per paura che l'incarico in Brasile sia generico e non richieda qualifiche particolari, e che non e ne conferirà che di altrettanto generiche, da annotare in una sola riga sul curriculum. Ma una vita in Cina, che qualifica è? Una semplice esperienza in Cina è già una qualifica, senza farla durare una vita. Spendere una vita per una semplice qualifica non mi sembra conveniente. Ma allora anche un'esperienza in Brasile è più utile di una vita in Cina...
In attesa di prendere una decisione devo cercare in Internet testimonianze di vita nel distretto cinese di fronte ad Hong Kong...
Torno mesto a casa, a Torino, mi aspettano in ufficio. Ci ho messo poco tempo, posso anticipare con un altro treno, ma devo rinunciare alla prenotazione obbligatoria sull'altro. Non è giornata per rinunciare a dei soldi. Scopro così che per i biglietti fatti su internet le variazioni si fanno solo su internet o tramite call-center. Queste scoperte non si possono fare negli sportelli della Centrale, le code sono tali che mi farebbero perdere anche il treno sul quale ho la prenotazione. Leggo tutte le 3 pagine di biglietto "elettronico" che mi ero stampato un paio di volte, fino ad interpretare quanto vi ho già accennato. Chiaramente il call-center è a tariffazione a tempo per il valore aggiunto.

TELEFONATE

Primo colloquio telefonico col mio capo.
-Ci andresti in Brasile?
-Dipende dall'offerta complessiva, dalla presenza di incentivi...
-Certo, ci sarebbero dei soldi.
-Più che i soldi a me interesserebbe una promozione...
Inaspettatamente si è incazzatooo!!! Ancora non me lo spiego completamente, avrebbe dovuto limitarsi a dirmi di scordarmelo, che non me lo merito, che piuttosto che promuovere me avrebbe promossa la donna che pulisce i cessi. Tra tutte le minacce ricordo bene le parole: L'azienda ha bisogno di gente che alzi il culo e viaggi. Se non sei disposto a partire sei nel posto sbagliato, non mi servi! Ti licenzio, hai capito? Fuori!
È incredibile come i suoi parenti non siano mai in trasferta, non lo siano neppure le mie colleghe di letto (il suo).
Fonti bene informate mi hanno riferito poi quanto fosse realmente irritato e della sua insistenza nell'esprimere questo concetto. Chi cercava di difendermi facendo osservare quali fossero in realtà le mie attitudini alla trasferta, addirittura in Turchia, la sua reazione fu quella di volermi far chiamare subito per essere licenziato, seduta stante.
Quella sera bevvi fortissimo a casa di Vibe, per la rabbia, non per la paura del licenziamento, in quanto banalmente non esisteva alcun presupposto legale, ma per lo scoprire che il proprio capo di Business Unit non sapesse nulla di me, delle mie professionalità e aspirazioni.

La chiamata al call-center dei treni, se non fosse par la gravità della mia situazione relazionale-lavorativa, è ugualmente stupefacente: vorrei dirvelo con in faccia l'espressione stupefatta, tra il godimento e il timore di aver liberato una delle grandi forze della natura: "stupefacente" come dicono gli improvvidi ospiti di François Pignon, il cretino invitato all'omonima cena. La signorina mi chiede il codice prenotazione, e dopo si fa praticamente leggere tutte le informazioni che evidentemente deve avere già a disposizione sul terminale, incluso il nome e cognome e il codice fiscale, include nel costo della telefonata anche l'attesa per stampare la nota di credito. Il meraviglioso cretino sono io, e anche tutti voi che usate il call-center dei treni italiani, io che ho pagato il massimale previsto per la chiamata, pari a quanto pensavo di risparmiare annullando la prenotazione.

COLONIE

Nella settimana successiva, il contesto della trasferta, (ma che dico?) della tremendous opportunity, poco per volta comincia a intravedersi. Cominciano ad avere un senso le forze che spingono verso il basso le tariffe, la riduzione delle risorse sul progetto, l'attaccarsi alle briciole del trattamento di trasferta, "briciole" veramente per il progetto, ma un aspetto quantitativamente significativo dell'incentivazione del dipendente. Tutto questo è fatto dagli italiani per inseguire l'obiettivo di dimezzare la stima dei costi fatta dai brasiliani che supponevano di svolgere il progetto in autonomia. "Dimezzare" è l'unico modo plateale, per convincere la colonia della multinazionale di cui faccio parte, a rinunziare ai propri sogni di secessione informatica e lasciare la gestione dell'ingente budget ai padroni italiani.
In conclusione (spero), la mattina del venerdì precedente la partenza domenicale, la mia ultima mattina lavorativa italiana, l'incentivante scenario è il seguente: primo viaggio con partenza il 14 maggio e rientro il 15 giugno; secondo viaggio con partenza una settimana dopo e rientro a metà o fine luglio; terzo viaggio con partenza in ottobre e un solo rientro fino a marzo. Tranne il primo rientro, certificato dal fatto che i biglietti aerei sono già stati emessi, tutto il resto del programma esiste solo a parole.
Vale la pena a questo punto citarvi l'andamento del borsino dei trattamenti di trasferta partendo da quanto promesso a inizio mese telefonicamente dal capo ultra-incazzato: approccio 'mano alla borsello' detta anche 'una mano sul cuore' in bonus e retribuzione fissa, 14 viaggi da consumarsi in un anno, promessa di impegnarsi per una promozione in questa o in un'altra ditta. Quando finalmente la contrattazione si è potuta condurre vis-a-vis la borsa era già in calo, senza possibilità per me di vendere e accettare la perdita, ma nel contempo ottenere la liquidità necessaria a fare altri colloqui per altri investimenti...
Ricapitolando quindi:

  • Tipo di incarico: non in linea con la qualifica.
  • Vantaggi di carriera: nessuno scritto, nessuno tanto meno promesso.
  • Vantaggi economici: promesse qualche migliaia di euro.
  • Viaggi ridotti a tre.
  • Trattamento diarie peggiorato, appellandosi al fatto che la policy aziendale prevede che nel caso il progetto lo richiedesse.
Respinta ogni obiezione. Non posso fare a meno di pensare alla massima apparsa su un giornale di Londra nel 1860 (questo è il riferimento che ho trovato...) per la ricerca del personale:
    "...uomini per un viaggio pericoloso:
bassi salari, freddo intenso, lunghi mesi
di tenebre ed oblio, rischio costante,
ritorno incerto."

SPERANZE

Il mio stato d'animo i giorni antecedenti la partenza è razionalmente rassegnato, come un topo in trappola, ma ancora speranzoso e intraprendente: mi informo, cerco notizie sui retroscena del progetto, su quali giocate sporche posso fare per eludere l'obbligo di partire, cerco l'appoggio di altri manager. E poi mi rimane sempre il dubbio che sia un mio limite personale il non voler accettare l'incarico, e quindi la mia vittoria dovrebbe essere superarlo.
Ho conosciuto i miei colleghi-nemici di una famosa società di consulenza con cui non ho mai lavorato, e non mi piacciono per niente. Oltretutto c'è una sola ragazza. E questo aspetto, che si possa trasformare in una nuova opportunità per imparare a lavorare come questi prestigiosi sciacalli?
Venerdì alle 10 ricevo una telefonata dal capo incazzuso che mi solleva alquanto, anche se razionalmente in considerazione della dinamica assunta dalla cosa sino ad ora non posso dargli molto credito, e mi espone fortemente a cocenti delusioni illudendomi nuovamente di poterla scampare. Insomma, il capo mi mette al corrente della concreta possibilità di completare solo il primo turno, se non addirittura, la domenica, di non partire per nulla.

TRANSOCEANICA

La domenica parto. Ultima pisciata a terra. La prossima in cielo o in Brasile? Ci sarà una prossima pisciata? La pisciata in cielo sarà eventualmente fisica con odore, schizzi e tutto il resto o puramente metafisica?
E' la mia prima transoceanica, 10 ore, 10.000 km.

Per rimanere in tema metafisico, seduto accanto a me ci deve essere monsignore manager che rilegge una richiesta di finanziamento per opere di fede. Appoggia un attimo l'incartamento sul bracciolo verso di me permettendomi di leggere delle splendide lezioni di umiltà epistolare a lui, monsignore manager, indirizzate: "Che Dio possa rendervi merito per quanto fate...", "La nostra miseria non ci permette di poter provvedere a...". E nel seguito il capitolato: cappella, ricovero per i pellegrini: 950.000Ž...
Al momento del take-off mi aspettavo almeno un segno della croce, invece questo deve essere più manager che monsignore.

Dopo una serie di scambi di posto a sedere, conosco un avvocato di Belo Horizonte di ritorno da una vacanza di 50 giorni in Europa, molto inquieto in quanto a ricerca della migliore posizione. Mi ritrovo così al finestrino. Meglio: vedrò le luci della mega-megalopoli Sao Paulo, contravvenendo però alla regola che mi ero fatto suggerire prima di partire: prima scelta: uscita di sicurezza, seconda scelta: corridoio.
Scrivo con il display spento per cercare di mantenere acceso il palmare per tutto il viaggio. La luce proviene dagli intensi faretti della dotazione di bordo anche nella classe economica.
Dotazione del viaggio offerta dalla compagnia aerea: cuffiette stereo, un ordigno collegato via cavo pieno di bottoni, dopo lunga analisi scopro che uno tra i tanti permette di selezionare audio e video, ma per ora sono riuscito a far funzionare solo l'audio, poi ancora, una presa a 15 volt (è scritto così) con attacco un multipolare che non riconosco, display sullo schienale della poltrona davanti a me con visualizzazione mappa informazioni gps del volo. Infine, una copia di Ulisse, cuscino e copertina... Ma che succede? Improvvisamente il display si anima, una barra di progressione segnala il caricamento di un database, ed ecco apparire un menù che spiega a cosa servono tutti quei tasti. Mi ripropongo di esplorare ogni menù fino a che non mi venga richiesto il numero di carta di credito.
Vengo interrotto: carne o pesce? L'avvocato cambia due volte scelta. Lo stuart amabilmente con spiccato accento romano: "Viziaaaato!".
Prendo pesce, che consiste in salmone affumicato su un letto di qualcosa, baccalà con patate arrosto, e una cosa incredibile tipo una crespella avvolta su se stessa con funghi e pomodoro... Lasciamo perdere.
L'esplorazione del menù sul display da scarsi esiti. Mentre scrivo sul palmare lascio andare le Cronache di Narnia dopo aver piluccato un po' di tutto.

Stretto di Gibilterra. L'avvocato dorme.
È mezzanotte secondo il mio riferimento circadiano dato dall'odierno risveglio mattutino al lago. Invece secondo il riferimento cadenzato dal fuso di destinazione sono solo le 19. Tengo una cipolla da ferroviere turco sul tavolino, nel solco per non far scivolare il bicchiere. Siccome l'arrivo è previsto per le 4, pianifico di andare (andare dove?) a dormire alle 9 ora di destinazione, dormendo quindi 7 ore fino all'atterraggio o 6 fino alle pratiche di immigrazione. Conto poi di recuperare altre 2 ore di sonno fino a Belo Horizonte arrivando a delle dignitose 8-9 ore di sonno giornaliere. Faccio questo ragionamento confidando nella regola che il bisogno di sonno non si accumula, ma si estingue non appena si dormono 8 ore. Secondo me bisogna ragionare come segue: indipendentemente dall'ora di arrivo, bisogna dormire quanto si riesce ma non più di 8 ore entro le 10 del mattino nel fuso orario di destinazione. In questo modo si arriva a sera al peggio stanchi quanto una domenica mattina dopo un sabato di fuoco, quello che conta è poi dormire 8 ore entro il lunedì mattina.
Non mi sembra di essere stato chiaro, Ci riprovo ancora una volta: algoritmo per assorbire il jetlag: si considera il giorno di arrivo a destinazione, e si deve fare in modo da rispettare il ciclo giornaliero... Insomma, troppo complicato trovare l'algoritmo: si mettono le lancette indietro o avanti come da destinazione e ci si comporta di conseguenza.

Lungo i due corridoi paralleli intanto fanno a gara i peripatetici dei 10.000 metri di altezza. Luci spente.

PARERI

I pareri degli amici sulla trasferta. Parere comune è che si scopi come delle bestie (ma quali bestie poi?), confondendo secondo me Cuba con Brasile. Per altri è un posto bellissimo pieno di spiagge, senza tener conto che il mare più vicino alla mia meta è Rio. E pure il pittoresco deve essere molto attenuato dal carattere industriale di Belo Horizonte.
Per altri farò carriera, per altri mi hanno ricoperto d'oro per convincermi a partire (finché non ci si trova in mezzo si ha sempre l'impressione che si possa decidere).
Più lucido anche se estremista il parere di una collega che telefonatomi la domenica mattina diede corpo, confermandoli, tutti miei timori sui retroscena del progetto.
Comunque sono su questo aereo anche per approfondire una sfida personale.

Alle 20, ore di destinazione, crollo con frequenti risvegli causa variazioni di rombo dei motori o vibrazioni.
Ritrovandomi al finestrino, scopro che non è vero che di notte a 11.000 metri si vedano solo nuvole o il buio siderale. Dalla mappa sul display seguo distintamente con lo sguardo la costa africana fino alla penisola di Dakar, dove l'aereo abbandona il continente per gettarsi nell'atlantico. Devo tenerlo presente nel viaggio di ritorno, che questo tratto credo si svolgerà nelle ore diurne. Credo anche che dovrò chiedere il finestrino sinistro per vedere la costa o il destro per la savana.
Ah! Il ritorno...

Altro scambio di passeggeri nella notte: mi risveglio in compagnia anziché dell'avvocato, di Prodi, molestamente somigliante all'originale.

Le considerazioni che ho fatto sul sonno sono corrette: le luci si accendono un'ora prima dell'arrivo. In compenso io non ho dormito complessivamente molto. Scatto nel bagno, ormai devastato durante la notte dalla continuata frequentazione degli altri passeggeri: sono le 7.30 in Italia e la vescica degli europei GMT+1 è in pieno subbuglio.

SAO PAULO

In aereo bisogna compilare due moduli, uno per l'immigrazione e l'altro per l'importazione di valori e merce di valore. Il tagliando dell'immigrazione viene verificato durante il Controllo passaporti. Il visto di lavoro non è ancora pronto, incredibilmente in considerazione del fatto che viaggiamo per conto di una delle più importanti multinazionali italiane.
L'iter per avere il visto sembra complicatissimo. La mia parte è stata quella di procurarmi il certificato penale presso il tribunale di Torino. Ottenere il certificato comunque non è complicato. E' bello invece frequentare il tribunale a cuor leggero, con avvocati, cittadini, cortigiane del tribunale varie. Faccio la coda allo sportello e intanto spiego agli extracomunitari italiani straieri a interpretare le istruzioni stampate e appese al muro in un italiano ostico e lagalese. Più difficile è ottenerne la legalizzazione (che poi vuol dire apporgli un bollo e una firma da non so chi). Ci si reca ai piani alti, dove in un ufficio grande come il mio cesso un tipo in divisa ministeriale e la settimana enigmistica in grembo, raccoglie la tua richiesta e la inserisce in una cartellina sgualcita in cartone bristol, buttata con noncuranza sulla scrivania in disordine. Chiedo con gentilezza di considerarla una pratica da unire a quelle dei miei colleghi, che l'avevano consegnata il giorno prima. Il tipo non si scalfisce minimamente, e risponde che ci vuole il tempo che ci vuole: vengono fatte 20 firme al giorno e non di più. E aggiunge: Provi comunque a passare venerdì.
Non capisco se mi sta facendo un favore o se mi sta liquidando semplicemente con quel "provi".
Oltre al certificato fornisco l'originale (assolutamente l'originale, non vale nessun certificato o altro) della laurea, una fotocopia del passaporto, una certificazione della mia azienda in cui si spiega qual'è la mia mansione, il mio inquadramento, e il mio stipendio. Dopo tutto questo, del visto nessuna traccia.
Quindi, abbiamo avuto istruzione di non parlare mai durante il viaggio di lavoro in Brasile con nessuno di progetto, di incarichi. In questo stato, si difende strenuamente il lavoro locale, ed è facile venire espulsi per questioni legate al lavoro. La versione concordata tra tutti è che ci rechiamo oltre oceano per assistere a dei workshop. Sul mio tagliando ho segnato la casella "Other". L'ufficiale timbra e mi lascia passare.

Dopo 4 ore dall'atterraggio dell'aereo dall'Italia, ci imbarchiamo sul secondo volo. L'imbarco qui è più rustico: non si capisce a quale desk fare la coda, il cappello del comandante è abbandonato lungo il 'naso' assieme alla sua valigetta, invece le hostess brasiliane sono molto meglio delle altre dell'equipaggio italiano.

BELO HORIZONTE

Prima mail a casa.
"Tutto carino fuori dalla città, per quello che si vede dall'aereo durante la discesa, verde, miniere a celo aperto, è inverno ma ci sono i fiori sugli alberi.
Dall'albergo allo stabilimento è un continuo alternarsi di bei quartieri, e di baracche civili e commerciali, le favelas. Ho gettato lo sguardo in una casa di queste. E' una sola stanza buia, dentro la quale si intravedono una cucina e tante coperte materassi, cuscini in disordine per terra.
Ci hanno vivamente consigliato di non farci scambiare per turisti o italiani anche in centro e di giorno. Per ora non ho messo il naso in città nè ho intenzione di farlo.
Il lavoro è quello che è...."

La prima serata in un ristorante brasiliano ha poco del pittoresco che mi aspettavo. Ci ha accompagnato una consulente di Sao Paulo con le marcate fattezze giapponesi. Mi pare un locale da fighetti. E poi in Brasile mi apettavo gran carne e bistecche, birra. Invece ci sono antipasti, vino cileno, piatti di carne elaborata e non al sangue. Il cameriere è molto invadente, ripete in continuazione "meravilloso!" e rabbocca il bicchiere di vino a tutti. Ad un certo punto gli chiediamo in malo modo di smetterla, e che non avremmo pagato un solo bicchiere in più.
La prima notte in albergo tardo a disfare la valigia, che rimane sul pavimento spalancata come una enorme bocca congestionata di un morto, piena di frammenti di cibo, che invece sono le mie cose sparse tutto attorno. Mi sveglio alle 3, corrispondenti alla 8 italiane.
Seconda mail a casa.
"Tutto bene? A Belo Horizonte certe cose vanno bene. Le ragazze sono carine, ma di queste sono entusiasmanti solo una percentuale simile a quella di tutto il mondo. In fin dei conti le donne sono belle come quelle italiane, forse solo più acqua e sapone, meno griffe addosso: è la scoperta di donne "scoperte" che affascina irresistibilmente taluni...
Ci sono consulenti brasiliani che vengono da Sao Paulo e mi colpisce come trovino normale quello che sta succedendo [ricordate? erano i giorni degli scontri urbani tra polizia e delinquenza organizzata che si era opposta al trasferimento dei loro capi reclusi ad un carcere di sicurezza. 50 morti].
Sai che qui i gorghi ruotano in senso orario? viene il mal di testa a guardare lo scarico del lavandino il mattino...
Il lavoro non entusiasma, ruoli da contendere con la prestigiosa società di consulenza, in evidente difficoltà e non autonomi. È questo l'aspetto che più mi delude di questa esperienza... Sempre che si limiti ad un mese... [ricordate la promessa del capo?]. La lontananza diverrebbe l'aspetto più inaccettabile, assieme alla delusione che aziendalmente si accetti di partecipare ad un progetto impostato in questo modo.
Ormai ci sono in mezzo, cercherò di visitare un po' il Brasile. L'inverno è fantastico, non c'è traffico, c'è la stessa povertà che ho trovato in Polonia ma nello stesso tempo le città molto più ricche, verdi e vagamente tropicali."

Terza mail a casa.
Rivivo la vita che facevo prima di trasferirmi come sede a Torino, in mezzo a ragazzi in trasferta con solo in testa le ragazze e i locali con musica. Non credo che sia un discorso da vecchi, non mi ci ritrovavo a 30 anni e ancor meno mi ci trovo ora. E' un gruppo col quale non ho ancora trovato affinità serali. Vediamo che accade nel primo week end."

IL LAVORO

Il lavoro è uguale ad ogni latitudine, e certo, ad ogni longitudine. Ci si presenta, si illustra, si risponde alle domande, si cerca di convincere. Ci sono altre cose che è necessario fare in Italia, come promettere, rimandare una risposta, insistere per affrontare in tempi ragionevoli una questione, insistere per far emergere un responsabile per una decisione... A questa latitudine e longitudine no. Gli utenti (i miei) sono in gamba e di buon carattere. C'è sempre del caffè pronto in uno stanzino e nelle riunioni portano acqua. Certamente si tratta di "agua mineral fluoretada" e "fracamente radioativa na fonte", ma ho chiesto in merito agli indigeni, e loro non ne sono minimamente preoccupati. La cosa curiosa è che a queste latitudini (e longitudini) le acque si fanno concorrenza non sulla promessa di proprietà terapeutiche o dietetiche, bensì sul contenuto delle bottiglie: altro che 499cc, 490cc, qui si fanno battaglia offrendo 505cc, 510cc, 550cc!!!
Mi sono fatto elencare i migliori ristoranti nei dintorni dell'albergo: Ambrosius e Patio Savassi, promettendoci insieme di organizzare presto grandi bevute da svolgervi nella sequenza corretta: prima cachassa di Salinas pura, poi le caipirinha.
Per i workshop, a cui per il ministero del lavoro brasiliano solo assistiamo, ci sono delle vistose comunicazioni aziendali, appese nelle bacheche e sul giornalino. Dei template che utilizzavamo in Italia sono stati ricolorati i logo con i colori brasiliani (giallo, verde e poco blu), e sono stati incise delle targhe in metallo da fissare fuori dagli uffici per dare consistenza territoriale al progetto.
Non è una settimana che sono sul progetto in Brasile e già mi hanno regalato un set di penne in metallo col logo del progetto e invitato ad una grande festa per il sabato. I miei colleghi in Italia che hanno sgobbato e sofferto molto di più alla mia latitudine (e longitudine) stanno ancora ricevendo pedate nel sedere ben oltre la fine del progetto...

IL WORKSHOP

Lo chiamano col nome del lavoro a cui almeno inizialmente devo attendere (o goderne secondo invece il ministero del lavoro). Invece è un meeting diciamo, di team building.
La mattina del sabato, si lascia l'albergo in pulmino come tutte le altre mattine, direzione un centro congressi con parco e lago annesso. Lungo il percorso, a parte le buche in mezzo alla strada, il paesaggio non mi è del tutto estraneo, si direbbe appenninico.
Fino alle 13 ci si deve sorbire un po' di comunicazione, indirizzata ad un target basso direi, specie il filmato da pubblicità da multinazionale: storie parallele stucchevoli, trascinata su toni emozionali, di nuclei famigliari di diverse razze che ciclano attorno alla nascita e la morte, e con stile politicamente corretta non si "incrociano" mai. Il Brasile in effetti è così. Le comunità straniere più grandi dopo la portoghese, sono quella italiana, tedesca e a seguire giapponese e polacche. Senza tenere conto del nucleo originario mulatto, e quello africano dell'epoca dello schiavismo.
Anche la conferenza sullo scontato parallelismo tra organismo umano e organizzazione mi sembra forzata: ad una conferenza di una società mineralogica nessuno si sarebbe stupito di un parallelismo tra organismo umano e pietre.

E' presente anche l'amministratore delegato, in tenuta informale. Qualcuno di noi deve pure averli dato una pacca sulla spalla durante le presentazioni, senza avvedersi di chi si trattasse.
I bagni sono all'altezza del resto degli ambienti. Mescio, dal dispenser trasparente fissato a lato del lavandino, un liquido blu dal profumo insolito ma famigliare. Lavato le mani me le annuso per ricordare, come assaggiassi le madlenette.. ma non basta. Leggo piuttosto l'etichetta del flacone prestando maggior attenzione alla traduzione... Ecco, ho lavato le mani col collutorio.

Seguono fasi ancora più confuse in cui tre gruppi devono rappresentare una trasposizione fiabesca dei concetti di integrazione tra i team, e infine una più tremenda sul raggiungimento di una definizione di obiettivi del progetto condivisi tra tutti i gruppi.

Ore 13, vengono formati ancora una volta 4 gruppi diversi, io sto per uccidermi ingerendo il flacone trasparente di collutorio nel cesso. Ma qualcosa è cambiato: i gruppi si chiamano "churrasco", "caipirinha", "insalata" e "tavoli". Non bado a quale gruppo sono stato attribuito e mi intrufolo nel gruppo della carne.

Rimando ad altrove gli approfondimenti, tenete solo in conto il breve elenco di concetti chiave del churrasco brasiliano:

  • Carne rossa (picanha sopra tutte) preparata col sale grosso
  • Maiale macerato in worchester
  • Vitello macerato con aglio e sale fino
  • Cuori e ali di pollo
  • Panini con aglio prezzemolo e maionese
Per la caipirinha invece, tenete presente che non va aggiunta acqua, che basta un limone con la buccia sottile per bicchiere, e che ci vuole mooolto ghiaccio.

BUSINESS IS BUSINESS

La settimana successiva decade la tregua olimpica del workshop con churrasco. Fornisco al mio capo i seguenti punti di riflessione.
L'impressione è che la prestigiosa società di consulenza non abbia disposto consulenti all'altezza in nessuna area funzionale del progetto.
Il consulente della mia area non partecipa agli incontri, confidando in me, mentre lui partecipa agli incontri di un'altra area. In ogni caso, evidenzia forti lacune nelle competenze di entrambe, e totale assenza di autonomia.
Inoltre non veniamo coinvolti nell'avanzamento delle attività, e gli utenti dal canto loro, non danno la disponibilità del 100% richiesta.
Appelli simili vengono lanciati verso l'Italia da tutte le aree.
FINE